Parole, parole

Private label

private label


Chiunque entri in un normale supermercato non può non notare le private label, ovvero quei prodotti che portano il nome della catena o del supermercato che li vende.

In italiano questa espressione viene resa in diversi modi: marca privata, marca commerciale e marca/marchio del distributore. Facendo una semplice ricerca in Google, possiamo vedere come i risultati siano nettamente a favore di marca commerciale (43.800 al plurale e 61.700 al singolare), seguiti da marca privata (13.100 al plurale e 70.200 al singolare), per ultimi marca del distributore (16.500) e marchio del distributore (15.400).

Per quanto personalmente preferisca marca commerciale (in contrapposizione a marca industriale, ovvero il brand del produttore), credo che l’espressione da preferire sia marchio del distributore, nonostante sia la meno utilizzata in italiano. Questo per un motivo molto semplice: esiste la Private Label Manufacturers Association, ovvero l’associazione dei produttori di marchi commerciali e sul proprio sito in italiano riporta la dicitura marchio del distributore.

I MDD (marchi del distributore) possono essere sia prodotti alimentari che non alimentari (es. bellezza, igiene e pulizia), anche se il settore alimentare è quello maggiormente rappresentato.

I MDD possono essere marche generiche – generic private labels – prodotti con un buon rapporto qualità/prezzo, questa dicitura contraddistingue prodotti in confezioni semplici con prezzi molto bassi.
Marca bandiera o d’insegna – store brand – questi prodotti vengono commercializzati con il nome del distributore, che punta a fidelizzare il cliente e ad aumentare la propria riconoscibilità.
Primo prezzo – copycat brand – prodotti simili, spesso anche nella confezione, con prodotti di marca, ma venduti a prezzi decisamente inferiori. Possono essere chiamati anche sottomarche e sono nati per contrastare i prodotti dei discount.
Contro marche – value innovators – sono linee di prodotti dai nomi di fantasia, vendute esclusivamente nei negozi del distributore che tagliando alcuni costi, pubblicità in primis, può tagliare il prezzo al dettaglio.

I marchi del distributore possono essere prodotti dalle grandi aziende, che producono il proprio marchio e quello del distributore, grossi rivenditori con stabilimenti di produzione, piccole e medie aziende specializzate nella produzione di marchi del distributore. Queste ultime sono chiamate anche copacker (abbreviazione di contract packager) e molte volte producono sia i brand famosi che le private labels.

I prodotti delle marche commerciali non sono convenienti solo perché, grazie ai minori costi di produzione consentono al rivenditore di avere un maggior margine, ma anche perché costituiscono anche un’ottima leva di marketing per la fidelizzazione del cliente.

Parole, parole

Lemon

lemon


La parola inglese lemon deriva dal francese limon che a sua volta deriva dalla parola araba laimun e dal persiano limun, parola che indicava genericamente tutti gli agrumi. Non è ancora del tutto certa la zona d’origine dei limoni, ma pare che arrivino dall’India e che siano stati portati in Occidente dai mercanti arabi.

Anche se i limoni fecero la loro prima apparizione in Italia presso i romani nel I secolo d. C. e verranno introdotti in Sicilia nel X secolo, bisognerà aspettare il XV secolo prima che il limone diventi finalmente un frutto diffuso e conosciuto in tutta Italia.
Le prime due città dove il limone troverà “casa” sono Genova e Amalfi, durante il periodo delle Repubbliche Marinare.

Il primo e più ovvio significato della parola lemon è limone, nel senso del frutto, ma indica anche la pianta di limoni, esattamente come in italiano.
Con lemon si intendono anche il colore giallo limone e il sapore e/o l’aroma del limone, anche questi sono significati che possono essere trovati non solo in inglese, ma anche in italiano.

Meno scontato e tutto inglese è l’uso della parola lemon per indicare un auto che è un bidone, cioè che non funziona come dovrebbe, per estensione indica anche una carretta.
Questo significato l’ho scoperto la scorsa settimana leggendo “Scrivi più bianco” di Chiara Gandolfi.  L’espressione si è diffusa nel 1960 grazie a una pubblicità creata da Bill Bernbach, famoso pubblicitario americano, che scrisse lemon, bidone, sotto all’immagine di una Volkswagen. Ovviamente l’espressione non era nuova, altrimenti il pubblico non l’avrebbe capita, tuttavia non è così semplice risalire all’origine di questa perché prima degli anni ’60 non era così diffusa e non era circoscritta all’ambito automobilistico.

Potrebbe derivare dall’espressione che hanno le persone che sentono il sapore aspro del limone, che sarebbe simile a quella di disappunto delle persone che si ritrovano un prodotto che non è corrispondente a quanto promesso. Questo troverebbe riscontro in un’espressione dello slang inglese to hand someone a lemon, per indicare una truffa, quando qualcuno ti rifila qualcosa che ha un valore inferiore a quanto dichiarato.

Parole, parole

Food safety vs food security

Food safety & security


In italiano la parola sicurezza può indicare due concetti diversi:
– qualcosa che è privo di pericoli, non nocivo (es. cintura di sicurezza)
– qualcosa che è certo, garantito, non in discussione (es. sicurezza della pena)

Quindi quando parliamo di sicurezza alimentare ci riferiamo sia alla serie di processi che hanno il compito di garantire l’assenza di pericoli igienico-sanitari nel consumare determinati alimenti, sia alla condizione socio-economica di disporre di cibo a sufficienza per sopravvivere.

Se in italiano abbiamo quindi una situazione di ambiguità, in inglese i due concetti vengono espressi con due termini ben differenti e ben distinti: food safety e food security. Le parole safety e security, che in italiano possono essere rese con sicurezza, in inglese hanno sfumature leggermente diverse:
safety: “The condition of being protected from or unlikely to cause danger, risk, or injury”.
Quindi safety significa sicurezza nel senso di essere al sicuro, di essere protetti.
security: “The state of feeling safe, stable, and free from fear or anxiety”.
Security, invece, tra i suoi significati, ha anche quello di sicuro, nel senso di tranquillo, stabile, certo.

Quindi quando parliamo di food safety parliamo di sicurezza alimentare nel senso di alimenti che non rappresentano un rischio o una fonte di pericolo per la salute.
Mentre quando parliamo di food security ci riferiamo alla certezza di avere accesso al cibo.
Possiamo dire che la food safety è una disciplina scientifica che si occupa di come il cibo deve essere prodotto, maneggiato, trasformato e conservato per prevenire le malattie che possono derivare dal suo consumo.
Mentre la food security è garantita da una serie di azioni e provvedimenti di governi ed enti governativi e sovra-governativi che mirano a garantire che tutti abbiano accesso a cibo sicuro (safe) e acqua potabile in quantità sufficiente per vivere.

Possiamo ben immaginare come questi concetti siano strettamente legati l’uno all’altro:
non è sufficiente eliminare gli ostacoli all’approvvigionamento del cibo, povertà e cambiamenti climatici in primis, ma bisogna garantire che questo cibo sia sicuro da un punto di vista sanitario.
Questi due elementi non tengono conto di un terzo importante fattore: la qualità di quello che mangiamo (food quality) perché oggi, soprattutto nei paesi industrializzati, le persone che muoiono per malnutrizione sono molte meno di quelle che muoiono per malattie legate all’obesità e al consumo di cibi che, pur sicuri da un punto di vista sanitario, sono dannosi per la salute da un punto di vista nutrizionale.

Diciamo quindi che la sicurezza alimentare si ottiene quando si garantisce a tutti l’accesso al cibo, quando si garantisce che questo cibo sia sano da un punto di vista igienico e, per finire, che questo cibo sia sano da un punto di vista nutrizionale.

 

 

 

 

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Charichuelo

 

charichuelo


Oggi vi parlerò di un frutto praticamente sconosciuto al di fuori dell’America latina e di alcune zone della Florida meridionale: il charichuelo o garicinia madruno, che è il suo nome scientifico.

Il charichuelo è un frutto dall’aspetto simile a un limone avvizzito, di colore giallo acceso, ma ne esiste anche una varietà rossastra, con la polpa morbida e bianca.
Appartiene alla stessa famiglia del mangostano (mangosteen o garicinia mangostana), proveniente dal sud-est asiatico, ed è infatti conosciuto anche come mangostano del nuovo mondo.

L’albero del madruno è una pianta sempreverde da cui si ricava un legno rosato piuttosto duro che viene utilizzato per la produzione di mobili e per la carpenteria in generale. Questa pianta cresce abbastanza lentamente e impiaga dai 5 ai 7 anni prima di raggiungere la maturazione e iniziare a produrre frutti. Il principale paese produttore è la Colombia, ma è una produzione per lo più rivolta al mercato interno.
L’albero del charichuelo viene utilizzato anche come pianta ornamentale.

Questo frutto ha un vago sapore di limone, anche se più dolciastro ed è molto ricco di magnesio, oltre a contenere buone quantità di zinco, ferro e rame.
La sua particolarità è che una volta staccato dall’albero non matura più e che da acerbo ha un sapore molto acido.

Oltre ad essere consumato crudo, il charichuelo si usa in cucina per la preparazione di gelatine, dessert, gelati e succhi, ma pare che l’uso migliore sia per la produzione di marmellate.

 

 


Immagine di: Chris Hind – http://en.wikipedia.org/wiki/Image:Madruno.jpg, CC BY 3.0, Link

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Carolina Reaper

Carolina reaper


I peperoni sono una delle prime “spezie” che Cristoforo Colombo ha portato in Europa di ritorno dal suo primo viaggio nelle Indie, come lui chiamava l’odierna America meridionale.

Facciamo un veloce ripasso di storia: sin dai tempi dei romani, la Via della seta era la principale rotta di commercio tra l’Europa e l’estremo oriente. Nonostante il nome, la rotta della Via della seta non permetteva soltanto il commercio del prezioso tessuto, anche perché l’allevamento dei bachi si diffuse abbastanza presto in Europa, già a partire dall’impero bizantino, ma era la via per trasportare in Europa le preziose spezie provenienti dall’estremo e medio Oriente. Fino al 1215 circa, il viaggio da e verso l’Oriente era pericoloso e attraversava numerosissimi regni diversi. Con l’espansione dell’impero mongolo, dal 1215 appunto, il viaggio verso oriente diventò molto più sicuro e sotto la protezione del Khan. All’apice della sua potenza, l’impero fondato da Gengis Khan andava dall’Asia orientale all’Europa centrale, si estendeva per oltre 24 milioni di km² e contava all’incirca 100 milioni di abitanti.  Viaggiare verso la Cina non era più un’avventura così pericolosa, grazie alla cosiddetta pax mongolica i viaggiatori dell’epoca attraversavano un unico grande paese ed erano protetti dalle leggi del Khan. Questo permise di aumentare i commerci e di abbassare il prezzo delle preziose merci che arrivavano dai vari paesi orientali. Con la fine dell’impero mongolo, intorno al 1360, la situazione precipitò nuovamente e i viaggi verso oriente tornarono a essere difficili e pericolosi.
Gli stati europei iniziarono a cercare nuove vie per arrivare in oriente, finché nel 1492 i regnanti di Spagna non decisero di finanziare un visionario navigatore genovese, convinto che fosse possibile raggiungere l’oriente passando per l’Oceano Atlantico: Cristoforo Colombo. L’idea di Colombo, che oggi può sembrare banale, era davvero visionaria in un’epoca dominata dalla credenza generale che la Terra fosse piatta e terminasse appena oltre lo stretto di Gibilterra.
Arrivato a San Salvador, Colombo era convinto di aver raggiunto le Indie e le preziose spezie che aveva promesso ai re di Castiglia.
Ed è proprio lì che Colombo assaggiò per la prima volta quello che lui considerava una spezia saporita e piccante, dal sapore che ricordava vagamente il pepe, e infatti inizialmente lo chiamò “pepe d’India”, solo in seguito questo ortaggio prese il nome di peperone.

Il peperone è un ortaggio della famiglia delle solanacee (come patate, pomodori e melanzane) e deve la sua piccantezza alla presenza più o meno consistente di capsaicina, una sostanza irritante delle mucose, responsabile della sensazione di calore e bruciore.
I peperoni si dividono in dolci, piccanti e ornamentali e possono avere forme e colori molto diversi. Il colore dei peperoni dipende dal grado di maturità e dalla varietà. Una caratteristica di questo ortaggio è che è possibile mangiarlo in qualunque stadio di maturazione. In Italia conosciamo principalmente i peperoni verdi (acerbi), gialli e rossi (perfettamente maturi). Tuttavia ci sono anche peperoni arancioni, violacei e persino bianchi.


Colorful_Bell_Peppers


Sicuramente i peperoncini piccanti sono i più curiosi, anche perché grazie a incroci e selezioni si cerca di ottenere varietà sempre più piccanti.
La piccantezza dei peperoni viene misurata con una scala chiamata scala Scoville, dal nome del suo ideatore. La scala di Scoville va da zero, per i peperoni dolci che non contengono capsaicina, a 16.000.000, che è il valore della capsaicina pura.

Attualmente il record di piccantezza è detenuto dalla varietà Carolina Reaper che può vantare 2.200.000 unità scoville. Questi peperoncini così piccanti, vengono solitamente consumati in salse che devono essere preparate prendendo delle precauzioni per proteggere gli occhi e la pelle con guanti e occhiali, visto che il contatto con la polpa provoca forti bruciori e irritazioni.

La tolleranza alla capsaicina varia molto da persona a persona e dipende molto anche dalle abitudini alimentari. Quindi un cibo piccantissimo e intollarabile per alcuni, può essere semplicemente piccante, ma gustoso per altri.
Soprattutto negli Stati Uniti, sono molto in voga gare per chi riesce a mangiare questi peperoncini piccantissimi, con risultati talvolta spiacevoli che possono portare anche all’ospedale. Infatti la capsaicina favorisce la vasodilatazione periferica, e se da un lato è vero che questa proprietà ha contribuito a dare al peperoncino la fama di cibo afrodisiaco, dall’altro può provocare fortissimi mal di testa, nausea e vomito.

Un ultimo consiglio: per attenuare il bruciore alle mucose della bocca non bisogna bere acqua, che fa ottenere l’effetto esattamente contrario, aumentando la sensazione di bruciore, ma latte. La capsaicina, infatti, viene resa solubile e i suoi effetti vengono attenuati dai grassi del latte.

 


Immagini di:
– Dale Thurber – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31105886

– Michelet-密是力 (talk) – Michelet-密是力 (talk), Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42555600

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Kiwano melon

Kiwano melon


Il kiwano melon, in italiano melone cornuto o cetriolo africano, è un frutto che cresce su una pianta rampicante della famiglia delle cucurbitacee, la stessa famiglia del melone o del cetriolo.
L’aspetto esteriore è veramente insolito: verde (quando è acerbo) o giallo-aranciato (quando è maturo) pieno di punte arrotondate.


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Se le numerose punte rendono l’aspetto esteriore un po’ alieno, l’interno è anche più singolare: il melone cornuto è costituito da tante vescicole verdi contenenti dei semi commestibili, più o meno come il melograno.

Originario del deserto del Kalahari, il melone cornuto attualmente viene coltivato soprattutto in Nuova Zelanda, in Portogallo, in Francia e in Israele. Tuttavia oggi si possono trovare delle coltivazioni anche in Italia.

In cucina si può usare sia nelle preparazioni dolci, come macedonie o per la decorazione di cocktail alla frutta, che nella preparazione di salse per la guarnizione di arrosti e carni alla griglia.

Ricco di vitamine, principalmente A e C, e di sali minerali, specialmente potassio, il kiwano è un frutto molto rinfrescante e poco calorico. In base allo stato di maturazione, questo frutto ha un sapore a metà strada tra il cetriolo e il kiwi, quando è acerbo, o simile alla banana, quando è ben maturo.

E voi, avete mai assaggiato il kiwano? Se sì, l’avete provato in ricette dolci o salate?

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Star fruit

star fruit


Ecco un frutto che richiama l’estate: la carambola, conosciuta nei paesi anglofoni con il nome di star fruit, frutto a stella, perché la sezione di questo frutto tropicale ha una forma che ricorda una stella a cinque punte. Di un bel giallo brillante, questo frutto ama i climi caldi, si trova quindi nei paesi tropicali e zone particolarmente calde. In Italia viene coltivato quasi esclusivamente in Sicilia, dove si può trovare abbastanza facilmente anche in commercio, mentre nel resto d’Italia è già più difficile da trovare.
È un frutto ricco di vitamina C e sali minerali, ha poche calorie e viene usato prevalentemente nelle macedonie o per le decorazioni di dolci e cocktail.


carambola


Il nome carambola deriva dal portoghese che a sua volta deriva dal termine sanscrito karmaphala. Pare che questo frutto, che ormai si trova in numerosi paesi, dal sud-est asiatico all’America centro-meridionale e anche in alcuni paesi dell’Africa, sia originario dell’India, poi diffusosi in Cina da dove, già più di 2.000 anni fa, sarebbe giunto a Roma attraverso la “Via della seta”.


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Questo frutto è interamente commestibile: buccia, polpa e semi. La carambola, grazie alla sua dolcezza, può essere mangiata da sola, nelle macedonie di frutta, bevuta sotto forma di succo, cotta in torte e crostate, usata per preparare marmellate e chutney.
Tuttavia in molte ricette indiane o asiatiche, si può trovare anche come ingrediente di stufati e ricette a base di curry, oppure come accompagnamento di piatti a base di pesce e crostacei.

Il nostro frutto alieno di oggi profuma proprio di estate.
Personalmente sarei curiosa di provarlo con un bel piatto di crostacei alla griglia, e voi?

 

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Momordica Charantia

 

momordica charantia


La momordica charantia merita sicuramente l’appellativo di frutto alieno.
L’aspetto e la forma singolare oltre alle numerose protuberanze non contribuiscono certo a conferirgli l’aria di qualcosa di appetitoso da mangiare. Se poi pensate che è considerato uno dei frutti più amari della terra, ecco che immediatamente ci si domanda cosa possa spingere le persone ad assaggiarlo. Conosciuto Italia come zucca amara, o melone amaro (bitter melon), la momordica è il frutto di una pianta rampicante che può raggiungere i 5 metri di altezza. Originario dell’India è stato esportato in Cina nel XIV secolo per poi diffondersi in tutto il sud-est asiatico. Oggi si trova, nelle sue diverse varietà, in India, Cina, Corea, Giappone, Indonesia, Filippine e Nepal.

È conosciuto con molti nomi, cosa che testimonia la sua diffusione in molte nazioni: in India è chiamato karela, kūguà in Cina, Yeogū in Corea, nigauri in Giappone e ampalaya nelle Filippine.

Le tante varietà differiscono per la forma e per l’amarezza dei frutti.

bitter melon
Varietà cinese

Il frutto acerbo è di colore verde, più o meno scuro, con la polpa bianca e morbida, molto simile a un cetriolo. Solitamente viene consumato proprio quando è acerbo, perché è il momento in cui è meno amaro. Da maturo il colore del frutto varia da giallastro a marroncino e la polpa tende a essere più dura.

 

Anche se viene solitamente cucinato come fosse una verdura, la momordica charantia è un frutto. Questo frutto viene consumato principalmente cotto, quando i frutti sono ancora verdi perché, come già detto, è il momento in cui sono meno amari.
Del melone amaro non viene consumato solo il frutto, ma anche le foglie.
Il modo migliore per gustarlo è fritto: viene tagliato a rondelle, dopo aver eliminato tutti i semi viene messo sotto sale per circa un ora, quindi lavato sotto acqua corrente e asciugato, infine viene fritto in abbondante olio (un po’ come le melanzane).
Nella cucina tipica dell’India settentrionale, viene consumato accompagnato da una salsa allo yogurt o con il curry, questo per attenuarne l’amarezza. Nella cucina dell’India meridionale, invece, viene più spesso accompagnato al cocco, grattugiato o arrostito.
Nella cucina indiana, può essere uno degli ingredienti di un piatto chiamato Pachadi (che indica genericamente qualcosa che è stato pestato o battuto): questo piatto si prepara con vari tipi di verdure, yogurt, cocco, zenzero, curry, viene condito con senape e servito accompagnato da riso bollito.

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Varietà indiana matura

Alimento molto versatile in cucina, è un ingrediente della fitoalimurgia, un tipo di alimentazione che prevede il consumo esclusivo di cibi che crescono spontanei in natura. Non solo, per l’incredibile ricchezza di nutrienti e per lo scarsissimo apporto calorico (solo 17 kcal per 100 grammi), viene consigliato nelle diete dimagranti.

È anche un elemento della medicina ayurvedica a cui vengono riconosciuti incredibili proprietà terapeutiche, la maggior parte delle quali non ancora scientificamente dimostrate. Certo è che la polpa amara lo rende un buon alimento per chi ha problemi di glicemia elevata o diabete (è un ipoglicemizzante), ha proprietà immunostimolanti ed è un disinfettante naturale, usato non solo per le persone, ma anche in ambito agricolo come antiparassitario vegetale. Per il resto l’elenco delle proprietà è molto lungo, e probabilmente abbastanza fantasioso, e spazia dalla capacità di curare alcune malattie cardiache a proprietà antitumorali, insomma un vero cibo miracoloso.

Spero che la momordica charantia abbia colpito voi come ha colpito me.
Quindi, siete pronti ad assaggiare il frutto più amaro del mondo?

 

 


Immagine di copertina di: Anubrata29 – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57172358
Immagine varietà cinese: fonte Wikipedia
Immagine frutto maturo di: H. Zell – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10702200
Parole, parole

Finger lime

finger lime


Il frutto di oggi arriva direttamente dall’Australia: il finger lime, nome scientifico citrus australasica. Questo agrume deve il suo nome alla forma dei frutti, che ricordano vagamente la forma delle dita. La particolarità di questo frutto sta nel suo interno: la polpa e il succo di questo agrume, si presentano sotto forma di piccole sfere gelatinose, che ricordano il caviale. Non a caso in Italia questo frutto è conosciuto come limone caviale o caviale vegetale. Le vescicole hanno un colore che varia dal bianco al rosso,  dal verde e al marrone. Nonostante la grande varietà di colori, la pianta è sempre la stessa e il sapore è identico indipendentemente dal colore della polpa.

Anche se ha un aspetto stravagante il limone caviale è una pianta selvatica, non è frutto di ibridazioni e non è un ogm. Ed è proprio grazie al suo aspetto che questo frutto è diventato famoso, infatti, dopo essere stato scoperto in Australia, dove non è particolarmente diffuso, ha riscosso un certo successo in Europa dove è subito piaciuto per le possibilità di utilizzo nella guarnizione di pietanze e cocktail.

Mi fa un po’ sorridere la definizione di “caviale per vegani” che si trova in certi articoli (qui e qui),  visto che, aspetto a parte, il sapore non ha nulla a che spartire  con alcun tipo di uova di pesce e certamente il caviale vero non è apprezzato perché ha una forma simpatica. In compenso il caviale di storione e il caviale limone hanno in comune il prezzo davvero elevato, infatti il caviale di limone può costare fino a 200 euro al chilo.

In Italia nonostante si parli di improvviso e fulminante amore degli chef per questo frutto, non è ancora così facile da trovare, nemmeno nei negozi di frutta esotica; in compenso se avete il pollice verde, è piuttosto semplice da coltivare, infatti, acquistando le piantine in rete, potete tranquillamente coltivare questa pianta anche in vaso.

Anche se viene usato principalmente per decorare le pietanze e come sostituto del limone, devo ammettere che ho trovato diverse ricette molto interessanti contenenti questo ingrediente. Ovviamente essendo un agrume dal sapore di limone, ho travato tante ricette con il pesce, spesso crudo, ma ci sono anche dei dolci dall’aspetto goloso.
Ecco quelle che mi hanno colpita di più, ordinate in un ideale menu: partiamo da un antipasto a base di capesante, ricetta di un famoso chef di San Francisco, David Bazir-gan;  sostituiamo il classico primo di pasta con una bella insalata di quinoa e magari si può provare con questo condimento a base di limone caviale oppure si può passare direttamente a un bel piatto a base di tonno crudo; per finire in dolcezza cosa c’è di meglio di una bella cheesecake? Questa è un po’ alcolica, ma cos’è la vita senza un po’ di spirito? Comunque se come me siete astemi, potete sempre sostituirla con questa cheesecake alle fragole e aggiungere un po’ di limone caviale per guarnire a dare un po’ di sapore.

Buon appetito.

 

 


Immagine di: By Ivar the Boneful – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=68266877
Parole, parole

Chayote

Chayote


Questo strano frutto tropicale è una cucurbitacea, quindi un parente di zucche, cetrioli e meloni, di origine messicana. A parte l’aspetto insolito, una cosa che mi ha colpito moltissimo è l’incredibile varietà di nomi con cui è conosciuto: zucchina spinosa, melanzana spinosa, zucco spinoso, pera spinosa, sechio, chow-chow, chuchu, pera zucchino, pipinola, zucca centenaria o melanzana americana, solo per citarne alcuni; il mio preferito è sicuramente “lingua di lupo“.
Probabilmente è meglio identificarlo con il suo nome scientifico: sechium edule.

Come dicevo, è un frutto di origine messicana che è stato scoperto dagli spagnoli durante la conquista delle Americhe che in seguito l’hanno prima diffuso in tutto il Sud America e successivamente portato in Europa. Il suo nome spagnolo è chayote e deriva dalla parola azteca chayutli.

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Di fatto è una specie di zucchina dal sapore dolciastro che ha la caratteristica di essere completamente commestibile: frutto, foglie, germogli e tuberi.
Può essere mangiato cotto: stufato, arrostito, fritto, ma pare che il massimo sia saltato in padella. Il frutto vero e proprio, come le zucchine, può anche essere mangiato crudo in insalata condito con succo di limone o lime. I germogli vengono consumati come gli asparagi e le foglie come gli spinaci. I tuberi possono essere consumati fritti come le patate, mentre le radici posso essere conservate sott’olio o sott’aceto.

Anche se è originario del Messico, oggi il maggior esportatore di questo frutto è il Costarica. Tuttavia viene coltivato anche in Italia, principalmente in Puglia.
La caratteristica di questo frutto è di non avere semi veri e propri, ma tutto il frutto, interno ed esterno, è di fatto il seme, che per la coltivazione viene piantato per metà nella terra.
Esistono diverse varietà di questo frutto, ma la più particolare è quella bianca chiamata piruleo.

È un alimento poco calorico e ricco di vitamina C, delle vitamine del gruppo B e K e di acido folico e come spesso accade per la frutta esotica, viene considerato un alimento “miracoloso” dalle incredibili proprietà benefiche (nessuna di queste dimostrata scientificamente), che vanno dalle proprietà antinfiammatorie a quelle diuretiche e di pulizia per i reni, alla capacità di ridurre l’ipertensione alle proprietà antitumorali.
Ma quello che lo rende più famoso come ingrediente è lo scarso apporto calorico che lo rende protagonista di numerose diete dimagranti.

Se volete sperimentare qualche ricetta in Italia si trova solitamente nei negozi di alimentazione biologica o di frutta esotica.