Quanti punti di P.I.L. vale lo studio di una lingua straniera?

In questo interessante e un pò provocatorio articolo, l’Economist analizza l’opportunità dello studio di una lingua straniera da parte di cittadini anglofoni. Se veramente entro il 2050 metà della popolazione mondiale parlerà inglese, per un cittadino anglofono vale la pena imparare una lingua straniera? Analizzando la questione in termini meramente economici l’autore di questo articolo si domanda: che impatto può avere sul salario e sulla pensione la conoscenza delle lingue straniere? Quanti punti di PIL vale lo studio di una lingua? Quale lingua vale di più sul mercato e perchè? Sapevate che persino l’immigrazione può influenzare il valore di mercato di una lingua?

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Convegno internazionale Strumenti e applicazioni per la divulgazione del patrimonio linguistico e culturale

Questo convegno propone una riflessione comune a ricercatori di diversi paesi, lingue e tradizioni, e di diverse discipline, sul patrimonio tangibile e intangibile e sulla sua relazione con le Digital Humanities o Informatica Umanistica ed, in particolare, con le ricerche sul lessico e sui suoi strumenti di analisi. Il patrimonio viene considerato in questa prospettiva come uno dei fondamenti dell’identità culturale di una comunità, di cui la lingua è al tempo stesso vettore e agente. Interrogarsi sulle lingue e sulle loro relazioni con le diverse culture, in diacronia e in sincronia, sulle diverse strategie adottate da chi tenta di descriverle o di metterle a confronto – lessicografi, traduttori, grammatici, ecc. – e sugli strumenti esistenti o in corso di realizzazione per esplorarle, dovrebbe permetterci di misurare le differenze concettuali che orientano sia le diverse prospettive dell’oggetto patrimoniale che i metodi e gli strumenti che ne rendono possibile l’analisi e la divulgazione.

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Do you speak “legalese”? Ecco come cambia la lingua degli avvocati d’affari.

«To catch a whale or an elephant», catturare una balena o un elefante, espressione usata quando il team di banking riceve il mandato di un’operazione di finanziamento importante, rendere più «sexy» una presentazione aggiungendo grafici o immagini, «blue sky thinking», pensare con la testa tra le nuvole per trovare soluzioni creative alle esigenze legali del cliente. E ancora, «from soup to nuts», dalla zuppa alle noccioline, quando un team ha seguito un’operazione dall’inizio alla fine.

Ecco alcune delle espressioni entrate a pieno titolo nel «legalese», il vocabolario inglese dei termini usati negli studi legali d’affari per rendere le conversazioni tra colleghi meno noiose, e in alcuni casi criptate.L’inglese è la lingua franca dei business lawyer, che tuttavia hanno adattato l’idioma di Shakespeare alle loro esigenze.
Un fenomeno che grazie alla globalizzazione della comunicazione, alle email scambiate tra colleghi in sede diverse dello stesso network, a Twitter e ai blog, ha contagiato anche l’Italia. «Il legalese è un problema che accomuna sia gli avvocati d’affari che i principi del foro, anche se si manifesta con «forma» totalmente diversa e ha origini anche queste molto diverse», commenta Silvia Surano, avvocato d’affari che ha fatto del social network Twitter uno strumento di lavoro e aggiornamento.

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Translator on the go

Dopo quasi un anno di ricerche di mercato, corsi di aggiornamento, studio forsennato e qualche cedimento psicofisico, finalmente si parte. Da oggi sono ufficialmente on-line con il mio blog.

Con questo blog vorrei condividere con i colleghi traduttori e aspiranti tali, gioie e dolori di questa professione che per me è agli inizi (anche se in realtà ormai traduco testi da quasi vent’anni). Spero di riuscire a dare qualche utile consiglio a traduttori esperti e meno esperti e di riuscire in modo positivo a contribuire nel far conoscere una professione e un settore che spesso viene sottovalutato e bistrattato.