Dolcetto o scherzetto?

Tra pochi giorni si festeggerà Halloween, una festa anglosassone e americana, che in un modo o nell’altro si sta diffondendo anche in Italia. Ma qual è l’origine di questa festa e dei suoi simboli: la zucca intagliata, le maschere spaventose e la scherzosa minaccia “dolcetto o scherzetto”?
Tutti i simboli e le tradizioni tipici di H250px-Halloween_Witch_2011alloween hanno una storia che mescola tradizione pagana e cristiana.
Le origini di Halloween si possono far risalire alla festa celtica di Samhain (“fine dell’estate”) che cadeva alla fine di ottobre. Nella società celtica la festa di Samhain segnava il passaggio dalle attività estive di coltivazione e allevamento, a quelle invernali. Corrispondeva anche a una vasta migrazione di persone dai pascoli e dagli alpeggi ai villaggi a valle. L’ultimo giorno di ottobre segnava l’inizio della stagione invernale e indicava l’inizio e la fine del ciclo infinito della vita e della morte.
I celti ritenevano che nella notte di Samhain le anime di coloro che erano morti nel corso dell’anno passassero nell’aldilà. Le persone offrivano sacrifici di animali, offrivano doni e cibo e accendevano luci e falò per tenere le anime dei morti lontane dai vivi. Insieme alle anime dei morti per Samhain si aggiravano sulla terra tutta una serie di esseri: fantasmi, demoni, fate e molti altri. L’uso di travestirsi come loro serviva a ingannarli e a far sì che i vivi fossero lasciati in pace.
L’avvento del cristianesimo e la successiva conversione dei celti, non riuscirono del tutto a far sparire questa tradizione pagana. Nell’840 papa Gregorio IV istituì la festa di Ognissanti il 1° di novembre, con il chiaro intento di sostituire la festa pagana con una festa cristiana, ma, come per altre festività, le usanze pagane continuarono a vivere mescolate con la nuova festività. La tradizione di festeggiare la vigìlia di Ognissanti darà il nome a questa festa, che in inglese si chiamava All Hallows’ Eve day, cioè la vigìlia del giorno di Ognissanti, contratto in Hallow evening successivamente diventato Hallowe’en.

Trick or treat: la tradizione di “dolcetto o scherzetto” sembra risalire all’usanza medievale, diffusa soprattutto in Inghilterra e Irlanda, di preparare delle soul cakes (in Italia pan dell’anima o pan dei morti) per la festa di Ognissanti. Queste torte speziate preparate con cannella, noce moscata, ribes e uvetta, venivano lasciate davanti alle case per i soulers, bambini che passavano di casa in casa e che, in cambio di una torta, o più probabilmente di una fetta, dicevano una preghiera per i morti.

Jack o’ lantern: la leggenda di Jack o’ lantern nasce dalla storia di Stingy Jack, Jack il taccagno, un ubriacone e fannullone che riuscì con un trucco ad ingannare la morte. Una volta morto, non 800px-Jack-o'-Lantern_2003-10-31fu ammesso in paradiso per la vita dissoluta e non fu ammesso nemmeno all’inferno, visto che la morte era ancora offesa per l’inganno subito. La morte però gli donò (in altre versioni gli lanciò) un tizzone ardente, che il vecchio Jack mise in una rapa intagliata, perché durasse più a lungo e gli potesse illuminare il cammino. Quando gli irlandesi alla fine dell’ottocento migrarono in America, trovarono ben poche rape, ma moltissime zucche, che divennero la nuova lanterna di Jack. Come nella storia di Jack, le lanterne poste all’esterno delle case servono a illuminare la strada verso l’aldilà alle anime e a tenere le anime e gli esseri del regno dei morti, lontani dai vivi.

Halloween inHalloweenPumpkin2 Italia: molte delle tradizioni di Halloween sono presenti in diverse zone dell’Italia da molto prima che fossero importate dagli Stati Uniti. In diverse zone d’Italia per la commemorazione dei morti si prepara il pane dei morti, conosciuto anche come pan dell’anima, ossa dei morti o fava dei morti, a seconda delle zone. C’è anche in Italia, inoltre, l’usanza di intagliare le zucche per porre all’interno dei lumini, con il duplice scopo di spaventare i bambini e scacciare gli spiriti.

Fonti: Le origini e la storia di Halloween, The Fantasy and Folklore of All Hallows, La zucca illuminata: chi è Jack o’ lantern, Pan dei morti: la vera ricetta lombarda.

Immagini: https://en.wikipedia.org/wiki/Halloween, https://it.wikipedia.org/wiki/Halloween

Intervista a Giovanna Scocchera: tradurre con la massima mobilità e flessibilità, fisiche e mentali

Intervista molto interessante a Giovanna Scocchera sulla traduzione editoriale.

Tradurre per l'editoria

scoccheraBuongiorno, grazie di aver accettato l’intervista. Oggi si parla di traduzione da diversi punti di vista e la consapevolezza del ruolo del traduttore cresce. Era così anche qualche anno fa?

Credo che rispetto a quando ho iniziato a interessarmi di traduzione – da studentessa prima e da professionista poi, diciamo una quindicina di anni fa – oggi si parli più di traduzione, ma soprattutto in modo diverso. A rischio di risultare subito impopolare, direi che si parla di traduzione non tanto con una maggiore consapevolezza di ciò che il processo comporta, del mestiere, dei rapporti testuali ed extra-testuali che sottintende – almeno non in ambiti accademici – , quanto con un maggiore interesse per gli attori della traduzione, soprattutto se certi episodi possono fare notizia. Non mi piacciono in generale gli atteggiamenti sensazionalistici, e trovo che anche nella traduzione ci si fermi ultimamente a parlare della figura del traduttore che…

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L’inglese nel piatto – imparare l’inglese in modo gustoso

La cucina inglwww.pinterest.comese viene spesso ritenuta una cucina grigia, poco fantasiosa e poco gustosa. In questo corso uniremo lo studio della lingua inglese alla scoperta dei piatti e dei prodotti tipici d’oltremanica, tramite l’analisi di ricette di cucina, ma soprattutto tramite la scoperta delle materie prime e dei prodotti tipici dell’Inghilterra: carmi, pesce, frutta, verdura, formaggi, e molto altro.
Questo corso è indirizzato a chiunque voglia imparare l’inglese in modo diverso dal solito.
In 30 lezioni da 60 minuti imparerete a conoscere non soltanto l’inglese, ma anche i prodotti made in England, così nel vostro prossimo viaggio a Londra non dovrete limitarvi a ordinare “fish and chips”. Le lezioni si svolgeranno in inglese e in italiano.
Una conoscenza di base dell’inglese può essere utile, ma non è indispensabile.
Per maggiori informazioni su modalità e costi scrivere a: traduzioni@deboraserrentino.it

L’immagine “Miss Havisham’s wedding cake” è di Sally Wittenauer Crook su Pinterest

Alexander Fleming, la scoperta della penicillina e gli antibiotici oggi.

Il 28 settembre 1928 Alexander Fleming scopriva la penicillina, nasceva così il primo antibiotico. A distanza di 87 anni, bisogna ammettere che gli antibiotici hanno contribuito enormemente alla nostra longevità. Tutto bene quel che finice bene quindi?
Non proprio. In questo video che ci fa riflettere, non senza una certa inquietudine, la giornalista Maryn McKenna ripercorre la storia degli antibiotici e ci fornisce qualche anticipazione su un futuro che è ormai qui: cosa faremo quando gli antibiotici non saranno più efficaci?

Amarcord

Oggi, nel riordinare alcune cose in cantina, ho ritrovato il mio vecchio diario. Non è un diario nel senso canonico del termine, in realtà è un quaderno dove, nel periodo delle superiori, incollavo immagini e articoli di giornale che mi interessavano o che mi avevano colpita particolarmente. Una sorta di facebook ante litteram.
Fra le tantissime immagini di animali, soprattutto gatti, e di paesaggi, ghiacciai e montagne innevate la fanno da padrone, tra la recensione di un libro e l’altra, ho trovato numerosi articoli sul mondo del lavoro. Come trovarlo, come scegliere il lavoro giusto, che studi fare, quali sono le professioni del 2000 e quali sono le caratteristiche del lavoratore del futuro.
C’è un test per scoprire l’occupazione ideale, la mia è risultata essere “ricercatrice, traduttrice, tecnica di laboratorio”. Ora, come queste tre professioni possano stare insieme non riesco ad immaginarlo, però che sorpresa scoprire che già nei lontani anni ’90 la professione di traduttrice era nel mio destino. Di ritaglio in ritaglio trovo, oltre ad una gigantesca fotografia di Boris Becker (beata gioventù!), anche un trafiletto su come diventare traduttrice di narrativa. Allora era proprio destino!

“Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra. Ma questa è una verità che non molti conoscono”.

Primo Levi

Intraducibile – Einstein e Brad Pitt

Come già detto in un precedente post, la traduzione delle vignette e delle battute di spirito è una tipologia di traduzione fra le più complesse.
Infatti non si tratta soltanto di tradurre le parole e il messaggio, bisogna farlo mantenendo l’intento umoristico, il gioco di parole e, nel caso della vignetta, il tutto deve rimanere compatibile con le immagini.

Prendiamo in esame una nota battuta in tedesco

einstein - Copia2

Mi sembra abbastanza ovvio che in italiano il gioco di parole tra ein Stein (una pietra) e Einstein non funzioni, così come l’assonanza tra Brett (asse) e Brad.
La difficoltà nel tradurre questa vignetta sta nel trovare in italiano due nomi (soltanto di persona?) che permettano un gioco di parole tra pietra e asse.
Personalmente non conosco alcun nome di personaggio famoso che abbia attinenza con pietra, sasso, oppure asse, tavola.
I nomi potrebbero essere di località? Perché no.
Pensando ad una località con un nome attinente a pietra, il primo nome che mi viene in mente è il Gran Sasso. Mentre l’asse di legno che località potrebbe essere? La mia prima scelta è stata Ponte di Legno. Purtroppo questa soluzione non mi soddisfaceva molto. Certo è una località famosa, ma il nome secondo me non evoca nulla di buffo, divertente. Così, facendo un po’ di ricerca in internet, ho trovato il Monte Legnone. Questa soluzione mi è sembrata decisamente migliore, il nome secondo me è più evocativo e può avere un risvolto divertente, soprattutto se abbinato alle immagini, anche se certamente il Monte Legnone non è famoso come Ponte di Legno.

La traduzione potrebbe quindi essere resa così:

einstein - Copia

Suggerimenti per traduzioni differenti sono come al solito benvenuti.

Nota: non trovo più il nominativo dell’autore della vignetta o il suo sito, nel caso qualcuno potesse indicarmelo, provvederò a dare il giusto riconoscimento.

Prove tecniche di traduzione: I gatti sono stati addomesticati?

Questo articolo è tratto dal sito Smithsonianmag.com, ed è stato scritto da

I gatti sono stati addomesticati?

Ci sono minime differenze genetiche tra un gatto soriano e un gatto selvatico, così gli scienziati pensano che il gatto domestico sia domestico soltanto quando vuole esserlo.

Posta la natura soggettiva della domanda, determinare chi fra il cane e il gatto sia il miglior animale domestico potrebbe non avere mai una risposta. Con tutta probabilità il cane fu addomesticato molto tempo prima del gatto – ammesso che il gatto sia mai stato davvero addomesticato.

Il cane è al fianco dell’uomo da decine di migliaia di anni, ed è giunto a dipendere pesantemente dalla relazione simbiotica con gli umani per la sopravvivenza. Il gatto è entrato nella sfera umana relativamente più di recente, probabilmente tra i cinquemila e i diecimila anni fa, e può cavarsela ancora egregiamente senza qualcuno che apra una scatoletta per lui.

Gli scienziati dicono che molto poco separa il gatto medio domestico (Felis Catus) dal suo fratello selvatico (Felis silvestris). C’è qualche dibattito in merito al fatto che il gatto risponda alla definizione di domestico nel suo senso comune, dice Wes Warren, ricercatore associato di genetica presso il Genome Institute della Washington University di St. Louis.

“Non riteniamo che i gatti siano davvero addomesticati” dice Warren, che preferisce descrivere il gatto come “semi-domestico”.

Nella sua forma più semplice, addomesticare un animale significa addomesticarlo tramite l’allevamento e l’addestramento affinché accetti le cure dell’uomo. Studi collocano l’addomesticamento del cane tra i diciottomila e i trentamila anni fa, con uno scarto in più o in meno di qualche migliaio d’anni. Si ritiene che il passaggio all’addomesticamento si collochi quando il cane si è separato dal progenitore lupo e ha iniziato a gironzolare intorno agli umani che erano una fonte immediata di avanzi di carne.

La saggezza comune e le prove collocano l’addomesticamento dei gatti intorno ai quattromila anni fa, quando erano ritratti vicino ai loro padroni egizi nei dipinti murari. Furono anche riprodotti in una serie di statue enigmatiche, deificati, mummificati e sepolti, lasciando una serie di prove sulla stretta relazione con l’uomo. Studi più recenti sostengono che l’addomesticamento potrebbe essere avvenuto per la prima volta a Cipro, tra gli ottomila e i novemila anni fa.

Alla fine del 2014 un gruppo di ricercatori cinesi ha fornito quello che loro stessi hanno definito “la prima probabile prova di una relazione mutualistica tra gli uomini e i gatti”. Hanno esaminato la firma isotopica dell’idrogeno e dell’ossigeno nei fossili dei roditori, degli uomini e dei gatti vissuti in un villaggio della Cina all’incirca 5.300 anni fa. Gli scienziati hanno trovato uno schema: tutti mangiavano grano e i gatti mangiavano anche i roditori. La prova archeologica indica che il grano era conservato in contenitori di ceramica, ed era probabilmente minacciato dai topi. I ricercatori hanno teorizzato che poiché i roditori erano una minaccia, i contadini decisero che fosse un bene incoraggiare l’insediamento dei gatti. I gatti ebbero accesso a prede facili e ad occasionali doni da parte degli uomini.

Non tutti sono giunti alle stesse conclusioni di questo studio, ma è un altro potenziale collegamento su come i gatti siano giunti all’addomesticamento.

Warren sostiene che la via per l’addomesticamento mostrata dallo studio cinese potrebbe confermare una relazione commensuale tra i gatti e gli uomini, e che gli uomini erano attratti dai gatti come animali domestici. Lui dice, tuttavia, che per ora è difficile sapere se il minore addomesticamento del gatto sia dovuto all’intervento dell’uomo o se i gatti si siano sostanzialmente auto-addomesticati.

I gatti domestici e i gatti inselvatichiti – quelli che sono diventati non-addomesticati – continuano ad accoppiarsi con i gatti selvatici, creando quello che Warren chiama “miscela c”. I gatti possiedono ancora le loro abilità di caccia e nonostante ricevano cibo in abbondanza dall’uomo, escono ancora a caccia di roditori, insetti, uccelli e qualunque cosa gli piaccia inseguire.

Le teorie su come siano stati addomesticati i cani e i gatti cambiano continuamente poiché gli scienziati sviluppano nuovi e migliori strumenti, inclusa la capacità di fare ricerche genetiche.

Warren e i ricercatori del suo Genome Institute e dai centri accademici intorno al mondo hanno recentemente utilizzato gli studi genetici per dare uno sguardo più da vicino su come, perché e quando i gatti si siano avvicinati all’addomesticamento.   Essi hanno mappato il genoma del Cinnamon, una femmina domestica di gatto abissino che è stata coinvolta in altri studi alla Washington University, è hanno confrontato la sequenza genetica con quella di una tigre, ma anche con quella di una mucca, di un cane e di un essere umano.

Si sapeva già che il genoma del felix catus non è molto diverso da quello del felis silvestris ma Warren scoprì alcune differenze con quello della tigre, specialmente nelle aree del comportamento. Warren dice che essenzialmente hanno individuato i geni che controllano la via neuronale che avrebbe reso il gatto più propenso ad avvicinarsi all’uomo e ad interagire con lui – e a ricercare ricompense. Le stesse sequenze genetiche, egli dice, stanno per essere trovate nei conigli, nei cavalli e in alcuni altri animali addomesticati.

“Siamo convinti che più ci soffermeremo sulla questione dell’addomesticamento in queste diverse specie, più vedremo di queste sovrapposizioni, o le vie in cui questi geni risiedono”, dice Warren.

Questa non è evoluzione, ma l’intervento dell’uomo. Negli anni i cani sono stati allevati in modo molto più selettivo di quanto non sia avvenuto per i gatti – per caratteristiche specifiche come la pastorizia o la sicurezza, ad esempio – ed egli aggiunge che le 400 razze riconosciute ufficialmente superano di gran lunga le circa 38/45 razze dei gatti.

I gatti sono stati allevati principalmente per il colore o il disegno della pelliccia, tuttavia, le strisce di un soriano domestico non sono molto differenti da quelle di un gatto selvatico, dice. “I gatti hanno mantenuto le loro abilità nella caccia e sono meno dipendenti dagli uomini per il cibo”, egli dice, aggiungendo che “la maggior parte degli odierni cani di razza non sarebbe in grado di sopravvivere se rimessi in libertà”.

Intraducibile – Lost in translation

Quando si parla di traduzioni il termine intraducibile ricorre con la frequenza di un mantra. Autori molto più autorevoli di me hanno scritto fiumi di parole sul concetto di intraducibilità, quindi non starò qui ad annoiarvi con riassunti semi-copiati delle idee altrui. Personalmente ritengo che quando si parla di intraducibilità la vera mission impossible siano le vignette. Se l’umorismo di per sé è difficile da rendere in traduzione, la difficoltà di mantenere, nel passaggio dalla lingua sorgente alla lingua target, la consonanza con le immagini a volte può essere insormontabile. Per di più, se in un testo “normale” posso inserire una nota esplicativa o un inciso, le battute, si sa, non possono essere spiegate, pena la perdita completa dell’effetto umoristico.
Vediamo un esempio:
traduzione1_rescue

Il problema nella traduzione di questa vignetta sta nel fatto che in inglese c’è una distinzione (anche se non così netta come vuole farci credere Tecnicamente Corretto-man) fra “velenoso” riferito all’ingestione o al tocco di qualcosa di velenifero e “velenoso” riferito al morso o alla puntura di un animale o insetto velenifero. Questa distinzione in italiano non c’è, quindi come posso tradurre la vignetta?
La cosa migliore è utilizzare un buon dizionario dei sinonimi e vedere quali alternative ci vengono offerte per “velenoso”. Fra tante si trova un interessante “avvelenato”, che mi sembra abbia in qualche modo una distinzione con “velenoso” che si può utilizzare in modo simile agli inglesi “venomous” e “poisonous”.
La vignetta tradotta risulterà così:

2015-05-28_rescue

Ovviamente non è l’unica soluzione, all’inizio avevo anche pensato di utilizzare la parola “mortale” giocando sulla sua ambiguità: che è destinato a morire, che provoca la morte.
Il problema sta nel fatto che in italiano nessuno parlerà mai di un serpente mortale.
Ci saranno sicuramente anche altre traduzioni possibili, perché si sa, preso un testo e cento traduttori avrò cento traduzioni diverse, e questo è un altro concetto ricorrente quando si parla di traduzioni.

La vignetta è stata presa dal sito http://www.cheerupemokid.com e potete trovare l’originale qui.

Prove tecniche di traduzione: americanizzazione del cibo cinese

Questo articolo è tratto dal sito First we feast, ed è stato scritto da

Storia illustrata dell’americanizzazione del cibo cinese

Scoprite come il pollo all’arancia e i contenitori da asporto sono saliti alla ribalta nella cultura popolare americana.

Maiale mushu. Pollo del generale Tso. Uova foo yung. Probabilmente siete cresciuti chiamando queste specialità da asporto, cibo cinese, ma qualunque cinese rifiuterebbe seccamente questa affermazione: questi piatti sono del tutto americani. Nell’arco di un secolo, il cibo cinese in America è stato modificato in qualcosa di completamente irriconoscibile per le persone che lo hanno portato qui per prime. In questo tempo il pollo all’arancia con contorno di riso fritto è diventato importante nella dieta americana quanto gli hamburger e la pizza. Da studiosa di storia Jennifer 8. Lee fa notare nel suo The Fortune Cookie Chronicles, che ad oggi in America ci sono più ristoranti cinesi che McDonald’s, Burger King, KFC e Wendy messi insieme.

I puristi potrebbero obiettare che la maggior parte di questi ristoranti non serve vero cibo cinese. Ma il cinese americanizzato è degno di considerazione quanto “l’autentico” cinese classico. Il chop suey è stato inventato nel diciannovesimo secolo da un cuoco di San Francisco, che gettò una manciata di ingredienti per farli saltare in padella e senza volere diede il via ad una moda; nello stesso periodo in Cina, un’anziana nonna del Sichuan stava preparando un piatto mai visto prima, con tofu morbido, carne di maiale macinata e peperoncino, che in seguito sarebbe stato conosciuto come mapo tofu. Anche la zuppa di ravioli fu inventata in quel periodo nella Shanghai del diciannovesimo secolo. Tutti questi piatti estremamente popolari furono originariamente creati da cuochi cinesi per i cinesi, anche se soltanto uno di questi è considerato una versione non originale del cibo cinese.

Mentre l’attrazione americana per il cibo regionale cinese continua a crescere, è importante ammettere il profondo impatto che queste prime iterazioni ebbero sulla cucina in America e le forze che aiutarono a renderlo popolare. Dai ristoranti “chow chow” segnalati da bandiere gialle, al fascino del Lazy Susan, qui ci sono alcuni dei principali sviluppi che hanno aiutato a lanciare il cibo sino-americano nella cultura popolare.

Modelli di immigrazione

I primi immigrati cinesi negli Stati Uniti, arrivavano prevalentemente dalla città di Taishan nella provincia costiera di Guangdong nel sud-est. Era un’area della Cina scossa dalla ribellione, con poche opportunità economiche e con un’umile cultura del cibo. La cucina consisteva principalmente in riso saltato in padella con verdure e con l’aggiunta della carne disponibile. I profili aromatici virarono verso una nota più dolce. Queste pietanze formarono il fondamento del cibo cinese in America. Gli effetti di questa ondata di immigrazione negli Stati Uniti, da un punto di vista economico, si videro subito. Entro il 1865 l’industria californiana del riso valeva oltre un milione di dollari l’anno, e con un costo di 6 dollari al sacco era elencato come uno dei prodotti più costosi a magazzino insieme al tè, al gin e all’olio. Ovviamente i consumatori principali erano i cinesi. La seconda ondata maggiore di immigrazione arrivò negli anni sessanta del 1900, accompagnata da diverse cucine regionali che concorsero a formare i piatti classici sino-americani che conosciamo oggi. La maggior parte dei cuochi arrivava da Taiwan e da Hong Kong e introdussero ricette per il pollo kung pao, il maiale mushu e il pollo all’arancia – che si basavano su piatti che venivano rispettivamente dal Sichuan, da Pechino e da Hunan. “L’essenza del cibo cinese del ventesimo secolo divenne comprensibile, come combinazione di cibi autentici e modificati preparati dagli immigrati che arrivavano da un’unica piccola area della Cina”, dice David R. Chan che nel corso della sua vita ha mangiato in più di 6.500 ristoranti cinesi.

I ristoranti “chow chow”

I primi ristoranti cinesi in America servivano autentici piatti cinesi con modifiche dettate dalla necessità. Erano conosciuti come ristoranti “chow chow”, segnalati da bandiere gialle triangolari e conosciuti per i menù a prezzo fisso particolarmente economici e per i menù all-you-can-eat. I pasti erano creati dai cinesi per i cinesi, utilizzando gli ingredienti locali disponibili. Le sostituzioni avvenivano per lo più per le verdure: broccoli al posto dei kailan; carote, piselli e funghi champignons al posto di senape indiana o funghi shiitake.

I ristoranti divennero oggetto di scherno da parte degli occidentali che storcevano il naso al pensiero di mangiare animali interi, zampe di gallina e nidi d’uccello. Si diffusero voci secondo le quali i cinesi mangiavano ratti e cani. I ristoranti furono subito tacciati di barbarie. Alla fine la tendenza cambiò. Intorno agli anni ottanta del 1800 a New York , una crescente comunità di scrittori e di intellettuali bohémien iniziò ad abbracciare l’esotismo del cibo (e ad accettare ben volentieri un cho suey a 63 centesimi). Entro la fine del ventesimo secolo, i ristoranti “chow chow” si potevano trovare in ogni città principale.

I biscotti della fortuna

Attraverso la graduale assimilazione della cultura, i ristoranti americani-cinesi iniziarono a formare un’identità distinta, contrassegnati da caratteristiche che ora consideriamo tipiche: contenitori da asporto, tavoli con il Lazy Susan (il tipico vassoio girevole) e biscotti della fortuna. Sono tutte invenzioni americane. I contenitori da asporto sono stati brevettati a Chicago nel 1894 e l’idea di una pagoda con un “Thank You” stilizzato e applicato sopra fu brevettata nel 1970 da un grafico. Il Lazy Susan, che inizialmente emetteva vapore nelle sale dei banchetti cinesi di San Francisco, fu fabbricato da un ingegnere sino-americano proprietario di una ditta di salsa di soia in California. Anche i biscotti della fortuna furono inventati a San Francisco, da Makoto Hagiwara, che serviva questi dolcetti di ispirazione giapponese nella sua piantagione di tè. I ristoratori cinesi furono disponibili a sperimentare nuovi metodi di marketing e ad assumere rischi calcolati per attirare clienti, anche se questi metodi non avevano alcun collegamento con la madre patria.

Maizena e zucchero

Negli anni sessanta, i ristoratori si resero conto che per sopravvivere dovevano adattarsi al palato degli americani. Due ingredienti divennero parte integrante di questa trasformazione: lo zucchero e la maizena. La storia del pollo del generale Tso ne è un esempio classico. Secondo Jennifer 8. Lee (che recentemente ha prodotto un documentario chiamato “after the dish”)questo piatto, come lo conosciamo, vide la luce per la prima volta nel 1974 in un ristorante chiamato Hunam, a New York. Il cuoco, che arrivava negli Stati Uniti da Taiwan, si ispirò ad un piatto di Taipei chiamato pollo di Geojeol Tso, che è stato inventato intorno al 1955.

Per le sue ricerche, Lee ha viaggiato fino a Taipei per scovare la versione originale. Era marcatamente diversa dalla sua controparte americana. C’erano i kailan al posto dei broccoli, e invece di essere dolce e con la crosta, il pollo (con ancora la pelle!) era ricoperto di salsa di soia, aglio e peperoncini. “Le versioni americane sono dolci”, spiegò lei al cuoco originale. Lui rispose incredulo: “Il sapore della cucina di Hunan non è dolce”. Cercate in rete una ricetta qualsiasi del pollo del Generale Tso e probabilmente troverete una nota su come fare una salsa alla maizena, con almeno un paio di cucchiai da tavola di zucchero. L’abitudine americana di bere bibite gassate ha orientato i palati alla ricerca di gusti molto dolci – anche nei piatti cinesi.

Panda Express e P.F. Chang’s

Non ci sono due posti che abbiano avuto maggior influenza su cibo sino-americano del Panda Express e dei P.F. Chang’s. Per molti americani, questi ristoranti sono gli unici punti di riferimento per quello che è il cibo cinese, o per lo meno il punto d’accesso preliminare per questa cucina. Panda e Chang’s sono affari da miliardi di dollari, gestiti da proprietari esperti che hanno visto una nicchia in crescita. Il primo Panda Express ha aperto nel 1983 ed è diventato un precursore dei fast food cinesi che si trovano nei centri commerciali e negli aeroporti d’America. Secondo un rapporto del 2013, i Panda Express vendono ogni anno quasi trentamila tonnellate del tipico pollo all’arancia.

Nel 1993, P.F. Chang’s pensò di elevare il modello del Panda Express offrendo piatti dall’aspetto più raffinato, come il pollo avvolto in foglie di lattuga al posto di piatti di pollo all’arancia caramellato. Panda e Chang’s hanno tenuto conto di quello che l’opinione corrente amava nel cibo cinese e l’hanno reso coerente e affidabile, con decorazioni americanizzate e di marca. Il successo è stato sbalorditivo. P.F. Chang’s ha più di 204 ristoranti negli Stati Uniti e 56 nei mercati internazionali; allo stesso tempo il Panda Restaurant Group ha più di 1.600 punti vendita.

Oggi

Per ironia della sorte i classici piatti cinesi americanizzati stanno uscendo di moda in questi giorni grazie ad una cultura del cibo più diffusa. Benché siano ancora la fonte del comfort food per gli americani in tutta la nazione, i piatti come il chop suey e il moo goo gai sembrano provinciali confrontati con il mapo tofu o con i ravioli xiaolongbao finemente ripiegati. Ci sono pochi posti come il Mission Chinese Food e il Red Farm, che hanno re-inventato con successo il significato della cucina sino-americana, presentando improvvisazioni della nuova scuola, come il bacon in stile Sichuan e i rotoli di uova al pastrami che, alla fine di una giornata, sono ottimi piatti da asporto.