Insalatona gourmet

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Come si combatte il caldo a tavola? Con una bella insalatona.

Ingredienti:
– Insalata avanzata dal pranzo di domenica
– Petto di pollo arrosto avanzato dal pranzo di ieri (che quello avanza sempre perché stoppaccetto)
– Noci sgusciate che girano nella dispensa da un secolo
– Stilton stagionato preso al discount (va bene fighi, ma non s’è mica vinto al superenalotto)
– Gomasio (pure questo preso al discount in confezione famiglia e ora dovrò metterlo ovunque per finirlo)
– Olio evo e aceto balsamico

Preparazione:
Prendere una bacinella e metterci dentro l’insalata (già lavata e tagliata e messa nel tupperino così dura di più); tagliare a pezzetti il petto di pollo e metterlo con l’insalata.

Guardare le noci con sospetto perché sono in giro da un secolo, ma non sai esattamente quale; con fare temerario guardare nella confezione e tirarne fuori una e assaggiarla. Constatare che non ha alcun sapore, ma contemporaneamente accorgersi che nella confezione ci sono sospetti puntini bianchi. Buttare le noci e sperare di non aver preso il botulino o altro.

Condire con un cucchiaino di gomasio, olio e aceto balsamico e mangiare.

Risultato:
molto buona, lo Stilton non è male nonostante la provenienza dal discount. Il gomasio non mi pare sappia di nulla, urge assaggio da solo.

Nota: non ci sono fotografie perché me la sono mangiata prima di pensare di farci un post. Sono una pessima food blogger 😀

Niente critiche, grazie.

Qualche giorno fa ho condiviso sul mio profilo personale un video di una professionista che, durante un evento, parlava della gestione dei ritmi di lavoro.
Non ho condiviso il video perché mi piacesse, ma per vederlo con calma in un momento di pausa. Il video era, almeno per me, oggettivamente brutto, generico e molto poco interessante. Tra un commento e l’altro con una collega l’abbiamo letteralmente massacrato. Durante questa operazione di critica distruttiva, arriva un commento: “Certo che siete proprio tremende!”.

Questa cosa mi ha fatto riflettere su due questioni:
1) anch’io che non amo particolarmente Facebook e i social media in generale, soprattutto per l’uso disattento che se ne fa, a volte dimentico che quello che si scrive sui social non è mai privato, nemmeno se stai scrivendo sul tuo profilo personale.
A volte ci si dimentica che quando si scrive sui social non si è al bar sotto casa dove si può spettegolare liberamente (e anche lì parliamone), ma che altri leggono, condividono e diffondono opinioni, anche scioccamente cattive, che dovrebbero restare private.

2) Che non dovremmo mai dimenticare la massima: “Loda in pubblico e critica in privato“.
Il che non significa essere ipocriti o sparlare dietro la schiena, significa che se il servizio o il prodotto che ho acquistato da te non mi piace, a ragione o a torto, non vado in ogni piazza dove qualcuno è disposto ad ascoltarmi per massacrarti di critiche, ma ti contatto direttamente e ti dico che il tuo servizio/ prodotto non mi è piaciuto, lo posso fare anche in modo duro, ma a tu per tu. Ti spiego che non sono rimasta soddisfatta del tuo lavoro e ovviamente ti spiego pure perché, anche senza tanti giri di parole, ma in privato.

Salvo scivoloni da pettegolezzo, in genere pubblico solo recensioni positive di libri, corsi, eventi, oggetti che compro, ecc… Non perché sono buona (o buonista, perché oggi essere buoni è una colpa) o all’insegna del volemose bene, ma perché la critica ha un senso solo se costruttiva e se si dà all’altra persona l’opportunità di spiegare le proprie ragioni. Perché è facile criticare, molto meno fare. E poi perché sbagliare è un attimo e può capitare a chiunque ed essere massacrati per l’unica volta che hai sbagliato, per l’unica volta che hai pubblicato un post al volo senza rileggerlo e ti sono scappati due errori due di grammatica e/o d’ortografia, per l’unica volta che l’evento, il corso o altro che hai organizzato non è stato più che perfetto, brucia e pure tanto.

A volte qualcuno dice: “Troppo facile, se un servizio/prodotto riceve solo recensioni positive sembra buono, ma in realtà è una falsa immagine”.
Non sono d’accordo, se le recensioni positive sono vere secondo me no.
Il danno lo fanno le recensioni positive fatte solo per amicizia, perché ti do una mano a crescere e dico che il tuo prodotto è buono senza averlo provato o se fornisco una recensione positiva anche se l’ho provato e non mi è piaciuto perché penso di ricavarne qualcosa, per mille altri motivi che nulla hanno a che vedere con la ragione che dovrebbe spingere a scrivere una recensione positiva.

Le recensioni, positive o negative che siano, sono opinioni, punti di vista, non sono il Verbo. Tuttavia, mentre le recensioni positive non possono fare danni, quelle negative possono stroncare il lavoro di una persona e bisognerebbe pensarci due volte prima di scriverle davanti al mondo. Anche perché bisognerebbe ricordare che il mondo va avanti anche senza la nostra illuminata opinione su tutto.

E tu, come ti comporti? Trovi giusto scrivere recensioni negative? Oppure ti è capitato di ricevere recensioni cattive? Come ti sei comportato/a?


World Water Day 2019

«Acqua, acqua ovunque, e neanche una goccia da bere!»

Le famose parole di Coleridge, scritte nel 1798, in molte zone del mondo sono già una realtà e già nel 2009 si è iniziato a parlare di water conflict (guerra dell’acqua). Ma l’importanza di questo elemento è sentita sin dal 1992, anno in cui le Nazioni Unite decisero di istituire il World Water Day, la giornata mondiale dell’acqua che ricorre ogni 22 marzo.
Sembra incredibile che la Terra, che viene definita il Pianeta azzurro perché coperta per due terzi di acqua, visibile persino nello spazio, debba fronteggiare una crisi proprio per la scarsità di questo elemento.
Questo perché di tutta la massa d’acqua di cui è coperta la Terra, solo lo 0,5% è potabile, particolare non proprio trascurabile.
Il tema scelto per la Giornata mondiale dell’acqua 2019 dalle Nazioni Unite è Water for all: Leaving no one behind, Acqua per tutti: non lasciamo indietro nessuno. L’obiettivo delle Nazioni Unite è safe water, acqua sicura ovvero potabile e facilmente reperibile, per tutti.

Ma la Giornata mondiale dell’acqua non è l’unico momento in cui il mondo si occupa di questo tema.
Ogni tre anni il World Water Council (il consiglio mondiale sull’acqua, un’organizzazione internazionale) organizza il World Water Forum, un momento di incontro tra
capi di stato, ministri, esperti e professionisti del settore, enti locali e ricercatori di tutto il mondo.
L’ottava e ultima edizione si è tenuta in Brasile, nel 2018, mentre la prossima edizione, nel 2021, si terrà in Senegal. La scelta di questa nazione non è un caso, visto sin dagli anni ’70 il Senegal e in generale la regione dello Sahel, vive lunghi periodi di siccità che mettono intere popolazioni in ginocchio a causa della carestia e della scarsità di cibo. Periodi di siccità che con i cambiamenti climatici si stanno facendo più frequenti e lunghi.

La lotta allo spreco dell’acqua è fondamentale ovunque, anche in Italia, perché sono già anni che in diverse città nella stagione estiva l’acqua viene razionata e non solo al Sud.
Non bisogna dimenticare che in questi giorni i telegiornali ci mostrano le immagini di un Po in secca, e la primavera è solo agli inizi.



Squash blossoms

Ieri ho festeggiato l’arrivo della bella stagione (finché non fa davvero caldo piace anche a me) con un bel risotto ai fiori di zucca. Ne approfitto sempre perché si trovano per poco tempo e siccome in casa piacciono un po’ a tutti quando li trovo ne approfitto subito.

Posto che il più delle volte quelli che si trovano al supermercato sono fiori di zucchina, c’è da dire che tra i due le differenze sono minime e quasi tutte di tipo estetico (i fiori di zucchina sono un po’ più scuri, tendenti all’arancione e hanno petali un po’ più appuntiti), per il resto il sapore è praticamente identico.

In inglese sono chiamati squash blossoms (fiori di zucca) o courgette flowers (nome prettamente anglosassone per i fiori di zucchine).
Non è insolito nemmeno trovare la dicitura pumpkin flowers.

Se i fiori di zucca sono i fiori eduli più famosi (edible flowers) non sono certo gli unici.
Fiori di borragine, fiori di girasole, denti di leone, nasturzi, fiori di rosmarino e di rucola, solo per citare alcuni dei più comuni.
Il consumo dei fiori, per quanto eduli, deve svolgersi secondo precise precauzioni:
1) essere sicuri di non soffrire di allergie e nel dubbio introdurre il consumo dei fiori in modo molto graduale;
2) non utilizzare i fiori in vendita dai fiorai, perché non sono destinati al consumo alimentare e spesso sono trattati con sostanze tossiche se ingerite;
3) preferire i fiori che hai coltivato tu, così da avere la certezza che non siano pieni di pesticidi, sostanze tossiche o nocive;
4) se si decide di consumare fiori raccolti per strada o nei giardini pubblici, bisogna essere assolutamente certi che non siano stati trattati con sostanze tossiche.

Non è semplice e non sempre siamo in grado di riconoscere fiori ed erbe commestibili.
L’anno scorso ho fatto un corso molto interessante su fiori ed erbe che possiamo trovare nelle nostre città: Percorso selvatico di Tatiana Maselli.
Anche se non ho iniziato ad aggirarmi per campi e parchi con il cestino in vimini, come Cappuccetto rosso, posso garantire che è stato un percorso interessante alla scoperta di un mondo che conoscevo poco e credo che sia indispensabile iniziare a essere più consapevoli di quello che mangiamo e degli effetti che questo ha sulla nostra salute.



Pancake day

Come tutte le festività in qualche modo legate alla Pasqua, anche il Pancake Day è una festività mobile, ovvero non tutti gli anni cade nello stesso giorno.

Il Pancake Day è una festività dei paesi del Commonwealth e dell’Irlanda e cade il giorno immediatamente precedente al Mercoledì delle Ceneri (Ash Wednesday), quest’anno il 05 marzo, ovvero oggi.

Nel paesi anglosassoni è tradizione in questa giornata mangiare i pancake. Questa abitudine è nata per consumare, appena prima della Quaresima (Lent), tutti quegli ingredienti che potevano essere considerati grassi o molto calorici, quindi cibi proibiti nel periodo della Quaresima, come uova, latte e zucchero.
Secondo la tradizione Cristiana, infatti, durante la Quaresima bisogna evitare di consumare carne, latticini e uova.

In Inghilterra e nei paesi di lingua inglese, il Pancake Day è conosciuto anche come Shrove Tuesday, dove shrove deriva dal verbo shrine e significa ottenere l’assoluzione. Infatti i primi cristiani anglo-sassoni, nel giorno che precedeva l’inizio della Quaresima, andavano a confessarsi per ricevere l’assoluzione prima del periodo di penitenza.

Negli Stati Uniti, e in particolare a New Orleans, questa festività mantiene il nome di origine francese Mardì Gras.

I pancake sono delle frittelle, molto simili alle crepes, e possono essere consumati guarniti di sciroppo d’acero e frutta, nella versione dolce, oppure accompagnati da uova e bacon, nella versione salata.
Sono un cibo abbastanza comune e benché vengano tradizionalmente associati agli Stati Uniti, sono un cibo molto più antico, abbastanza comune anche tra greci e romani che li preparavano con farina, olio di oliva, miele e latte acido. Ovviamente i greci e i romani non li chiamavano pancake, nome di cui si trovano le prime tracce solo a partire dal XV° secolo, ma che divenne comune negli Stati Uniti a partire dal XIX° secolo.
Secondo il National Geographic, la traccia più antica che abbiamo dei pancake, o di qualcosa che gli assomiglia parecchio, risale all’età del rame ed è stata trovata all’interno dello stomaco di Otzi, l’uomo di Similaun.

L’espressione flat as a pancake è un modo di dire nato nel 1500 e indicava qualcosa di davvero molto piatto ed era usato, in modo molto poco galante, anche per indicare le donne con un seno piuttosto piccolo.

Si racconta che a Olney, un piccolo paese inglese, nel 1445 una donna che stava cucinando i pancake, sentendo le campane suonare l’inizio della messa, si precipitò in chiesa ancora stringendo la padella con il pancake che stava cucinando. Da allora in questo paese e in altre località inglesi in occasione del Pancake Day le donne partecipano alla Pancake race, una corsa che si tiene reggendo una padella con dentro un pancake cotto.

Personalmente ho assaggiato i pancake durante le mie vacanze a New York e ho scoperto che, se quelli dolci sono davvero molto buoni, la versione salata non fa decisamente per me.
E voi, avete mai assaggiato i pancake?

Cibi afrodisiaci


Come il satollarsi scaccia la castità, così la fame è amica della verginità e nemica della lussuria. Sant’Ambrogio

In rete si trova un universo di articoli sulla relazione tra cibo e desiderio e facendo un po’ di ricerca ho scoperto due cose:
1) non esistono pietanze realmente afrodisiache, ovvero cibi che, da un punto di vista scientifico, abbiano una correlazione diretta e immediata con il desiderio sessuale. Di solito i cibi considerati afrodisiaci hanno, sul lungo periodo, un effetto sulla circolazione sanguigna, sul benessere psicofisico generale o proprietà antistress, alcuni possono avere anche effetti sulla fertilità. Tutte cose utili in materia di sesso, ma da qui a definire questi cibi afrodisiaci ne corre.
2) A voler fare una lista, l’elenco dei cibi proposti nei vari articoli spazia tantissimo e va dai classici ostriche, peperoncino e cioccolato all’aglio (parliamone!).

La difficoltà nel trovare una correlazione diretta e certa tra i cibi e il desiderio probabilmente sta anche nel fatto che nel desiderio c’è una componente psicologica non indifferente e che quindi è abbastanza difficile stabilire un confine netto tra il reale effetto del cibo e l’effetto placebo (l’idea che assumere una sostanza con un determinato potere curativo ha di per sé un potere curativo).
Non è certo un caso se lo stesso Machiavelli già nel Cinquecento, nella sua celebre commedia La Mandragola, deridesse chi credeva nel potere afrodisiaco di questa pianta.

Ma la storia degli afrodisiaci è antica quasi quanto l’uomo, a dimostrazione che il rapporto tra cibo e desiderio non è frutto di una moda passeggera.
Storicamente si pensava che la forma fosse un indizio della funzione, quindi venivano considerati afrodisiaci tutti quei cibi che avevano forma più o meno fallica o che in qualche modo ricordasse i genitali maschili o femminili.

Gli egizi avevano vari rimedi che ritenevano afrodisiaci, alcuni abbastanza noti anche oggi, come le spezie piccanti (zenzero e coriandolo) e la mandragola, altri abbastanza insoliti e disgustosi come la spuma proveniente dalla bocca di uno stallone da usare come unguento.
Ma il vero afrodisiaco per gli egizi era la cipolla, al punto che i sacerdoti che avevano fatto voto di castità non potevano consumarla.
Sulla cipolla ci deve essere qualche fondamento di verità, se anche i primi cristiani, decisi a proporre costumi più morigerati rispetto alla dissolutezza romana, vietavano il consumo di questo ortaggio per allontanare le tentazioni.

Per i Greci, dal momento che Afrodite era nata dalla spuma del mare, tutti i cibi di origine marina, come pesci, molluschi e crostacei, avevano potere afrodisiaco.

Nell’antica Roma erano molto diffusi gli amatoria pocula, intrugli spesso tossici spacciati per filtri d’amore. Gli ingredienti variavano da cose disgustose come i cuori dei rospi alla noce vomica, contenente stricnina, che se in piccole dosi è un eccitante del sistema nervosoe quindi potenzialmente può avere un effetto sull’eccitazione, assunta nelle dosi errate porta alla morte per soffocamento dovuto alle dolorosissime convulsioni. Nonostante ci fossero diverse leggi che punivano con la morte chi produceva questi filtri, a Roma erano diffusissimi.

Con la scoperta delle Americhe l’attributo di afrodisiaco passò a tutti i cibi che potevano in qualche modo essere considerati esotici: le spezie in primis, ma anche le patate, i pomodori, i peperoncini e il cacao, che, tra l’altro, era ritenuto cibo per gli dei.

La moderna chimica ha portato a scoprire che alcuni insetti, come la Lytta vescicatoria, contengono una sostanza, la cantaridina, che grazie al suo effetto infiammatorio della prostata è un rimedio contro l’impotenza.
Anche a non voler considerare che funziona perché è irritante, l’uso di questo rimedio è ampiamente sconsigliato perché nelle quantità sbagliate la cantaridina è letale.

È davvero incredibile il dispendio di risorse ed energie che gli uomini, nel corso della storia hanno profuso nella ricerca di cibi afrodisiaci, senza considerare che quasi sicuramente il miglior afrodisiaco è nel cervello.


Non si sa di nessuno che sia riuscito a sedurre con ciò che aveva offerto da mangiare, ma esiste un lungo elenco di coloro che hanno sedotto spiegando quello che si stava per mangiare.
(Manuel Vàzquez Montalbàn)