I mangiaricotta – Vincenzo Campi

Titolo: I mangiatori di ricotta
Autore: Vincenzo Campi
Anno: 1580
Ubicazione: Musée des Beaux-Arts di Lione

Il quadro
“[…] il modo poco aggraziato di consumare il prodotto, servendosi di mestoli da cucina in legno, è un elemento che permette di riconoscere l’assenza di controllo nel rapporto col cibo, tipica delle persone che non conoscevano le norme del Galateo, e quindi il livello sociale di appartenenza dei soggetti rappresentati nell’opera”. [cit.]

Il soggetto
La ricotta è un latticino già conosciuto al tempo degli Egizi e dei Sumeri. Molto usata al tempo dei Greci e dei Romani, se ne perdono misteriosamente le tracce a ridosso del medioevo. Secondo la tradizione è stato San Francesco d’Assisi che insegno nuovamente ai pastori la produzione di ricotta.

La ricotta è un latticino e non un formaggio, come alcune volte viene erroneamente indicato, perché non si ricava per cagliata, ma dal siero del latte, cioè dalla parte liquida del latte che si separa dalla cagliata durante la lavorazione dei formaggi.

La ricotta bianca, umile e buonissima, richiama in modo perfetto l’immagine di San Francesco.

Secondo me
Di questo quadro, oltre allo sfarzo dei colori, si nota immediatamente la voluttà che traspare dai visi dei soggetti ritratti. Se vi è mai capitato di mangiare la ricotta fresca, appena preparata, potete sicuramente capire la golosità con cui le persone ritratte dal quadro stanno gustando questo latticino davvero buono.

Per approfondire
http://www.caffeeuropa.it/immagini/caravaggio/foto_f.html
http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/molteniblog/ricotta-cibo-e-sensualita-nella-storia-dellarte-di-fabio-gusella/

Pani, prosciutto, casatiello e ghiacciata sul tavolo – Giuseppe Recco

Titolo: Pani, prosciutto, casatiello e ghiacciata sul tavolo
Autore: Giuseppe Recco
Anno: 1675 (?)
Ubicazione: Collezione Molinari Pradelli

Il quadro
Questo quadro del 1600 è una delle prime testimonianze dell’esistenza del casatiello o comunque di un pasticcio che nel tempo diventerà il casatiello come lo conosciamo oggi (in alcuni siti, infatti, il titolo di questo quadro è semplicemente Pani, prosciutto, pasticcio e ghiacciata sul tavolo).
L’autore, Giuseppe Recco, era specializzato nella realizzazione di nature morte con vari tipi di cibo per soggetto e operò per molto tempo sia a Napoli che in Spagna nel periodo Barocco.

Il soggetto
Il casatiello è un pasticcio di carne che ha origini molto antiche, tanto che la prima menzione a questo piatto si trova in uno dei racconti de Lo cuncto de li cuncti (1634-1636) di Giambattista Basile: La gatta Cenerentola.
Il nome deriva da caso, formaggio in napoletano, dal caseus latino. Il formaggio viene infatti impastato con la farina e il criscito (lievito madre) nella preparazione della pasta che contiene salumi e formaggi.
Pani impastati con formaggi e carni erano già conosciuti ai tempi dei greci e dei romani che li preparavano da consumare durante le feste di primavera in onore di Demetra e Cerere.
Nella tradizione cristiana il casatiello assume la forma di una ciambella a simboleggiare la corona di spine di Cristo e viene arricchito con uova sode (simbolo della rinascita e della resurrezione), viene consumato a Pasqua o, più di frequente, a Pasquetta, come cibo già pronto perfetto per le scampagnate primaverili.

Secondo me
Mi piace che i piatti che mangiamo oggi, come la polenta del quadro di ieri, sono piatti che hanno una storia, che fanno parte della nostra cultura e del nostro patrimonio artistico, che si tratti di patrimonio letterario, di pittura o scultura.
Credo che buona parte del successo della cucina italiana all’estero, sia dovuto al suo avere radici nella storia del nostro paese, nel fatto che sono piatti che raccontano il nostro passato e le nostre tradizioni. Certo, questo è vero per molti piatti delle tradizioni culinarie di tutto il mondo, non solo per i piatti italiani, ma la cucina è sicuramente una parte molto importante della nostra cultura, non è solo cibo.

Per approfondire
http://achilledellaragione.blogspot.com/2012/03/giuseppe-recco-pittore-di-pesci-fiori-e.html

La polenta – Pietro Longhi

Titolo:La polenta
Autore: Pietro Longhi
Anno: ca. 1740
Ubicazione: Museo del Settecento Veneziano, Ca’ Rezzonico, Venezia

Il quadro
Questo quadro fa parte di un gruppo di opere dipinte da Pietro Longhi, che ritraggono scene di vita contadina: La polenta, La filatrice, Le lavandaie e L’allegra coppia.
Questo tipo di pittura, nota come pittura di genere, si basa sulla rappresentazione, a volte anche parzialmente caricaturale, di scene di via quotidiana delle varie classi sociali. E anche conosciuta come conversation piece, un genere pittorico del XVII – XVIII secolo nato nei Paesi Bassi, ma molto diffuso anche in Inghilterra, che ritrae persone durante una conversazione o in scene di vita quotidiana.
Nei suoi dipinti di genere Longhi rappresenta la vita di tutti i giorni con uno spirito allegro e malizioso, un po’ come Goldoni nelle sue commedie.

Il soggetto
La polenta è un alimento molto antico, conosciuto già al tempo degli egizi che la preparavano con la farina d’orzo. Al tempo dei romani, invece, veniva preparata con farro e miglio ed era chiamata puls, nome da cui deriverebbe l’attuale denominazione di polenta.
La polenta, come la conosciamo oggi, preparata con la farina di mais, si diffonderà nel nord Italia già dalla metà del 1500. Questo perché il mais era apprezzato e pian piano andava a sostituire le coltivazioni di altri cereali sin dalla sua comparsa in Europa intorno al 1525.
Sin dagli inizi la polenta sarà un cibo destinato alle classi più povere e il mais verrà usato tanto per l’alimentazione umana che per quella degli animali da cortile. Solo a partire dal 1700 la polenta farà la sua comparsa sulle tavole delle classi più ricche, nella veste di cibo esotico accompagnato, a differenza delle tavole povere, da carni di vario genere.
Per molto tempo la polenta resterà comunque un piatto povero, come tipica della povera gente è la malattia che deriva dal consumo quasi esclusivo di polenta: la pellagra.
Conosciuta già in Spagna sin dal 1735 come “mal della rosa”. La pellagra è causata dalla carenza di vitamine del gruppo B, niacina (vitamina PP) o di triptofano (l’amminoacido necessario per la sua sintesi). Queste sostanze si trovano nel mais, ma possono essere assimilate solo dallo stomaco dei ruminanti oppure dal nostro stomaco se il mais è consumato insieme ad altri alimenti, ad esempio al latte.

Secondo me
Questo quadro mi ha colpita soprattutto per l’allegria che trasmette e per la sua attualità. Mi piace la sua luminosità, i sorrisi sulle facce dei soggetti, la sua quotidianità. La parte che mi piace di più però, è il suo essere senza tempo: è un quadro del 1700 che potrebbe essere stato dipinto anche ai giorni nostri. Certo, gli abiti non corrispondono alla nostra epoca, ma la polenta la facciamo tutti, non dico ogni domenica, ma spesso, e gli strumenti sono ancora quelli: il paiolo per cuocerla e l’asse per versarla. La polenta è ancora quella, farina gialla cotta nell’acqua. È un quadro antico che rappresenta una realtà valida ancora oggi.

Per approfondire
https://www.atuttarte.it/artista/longhi-pietro.html

Piatto metallico con pesche e foglie di vite – Ambrogio Figino

Titolo: Piatto metallico con pesche e foglie di vite
Autore: Giovanni Ambrogio Figino
Anno: 1593 (?)
Ubicazione: Collezione privata

Il quadro
Primo esempio di natura morta nel panorama della pittura italiana, questo quadro ispirò anche Caravaggio che, nel periodo in cui fu creata quest’opera, era proprio a Milano, dove operava Ambrogio Figino, noto per la sua produzione di ritratti. Infatti pare che questa natura morta sia stata attribuita a Figino solo nel 1967 e che sia l’unico esempio di natura morta eseguito da questo artista.

Il soggetto
Il nome dell’albero del pesco deriva dal latino pĕrsĭcus ossia della Persia, perché tradizionalmente le pesche sono considerate frutti di origine persiana.
In realtà i reperti più antichi di noccioli di pesca sono stati rinvenuti in Cina e risalgono al neolitico (6.000 – 7.000 a.C.). Si sa per certo che i cinesi coltivano pesche sin dal 4.000 a.C.. Furono portate in Occidente, e in particolare nell’area del Mediterraneo, da Alessandro Magno, che le importò dalla Persia, dove si diffusero a partire dal II secolo a. C., da cui l’origine del nome.
Oggi l’Italia è il secondo produttore mondiale di pesche dopo la Cina, che rimane il maggior produttore ed esportatore.
Nella cultura cinese e giapponese, la pesca simboleggia la longevità e l’immortalità, simbolo del rinnovamento e della primavera, grazie ai suoi bellissimi fiori, l’albero del pesco è stato, ed è, spesso utilizzato come elemento decorativo.
Nella cultura cristiana la pesca simboleggia la salvezza e viene spesso raffigurata nei dipinti di Madonne con Bambino.

Secondo me
La cosa che mi ha colpita maggiormente di questo quadro è l’impressione di realtà, la sensazione di poter effettivamente allungare una mano e prendere un frutto dal vassoio.
L’uso dei colori, le ombreggiature, le foglie, tutto concorre a far sembrare la frutta vera e commestibile. Il particolare più sorprendente è la lucentezza del vassoio, il dettaglio delle decorazioni sul bordo che dimostrano un’attenzione al particolare davvero incredibile.

Per approfondire
https://www.aboutartonline.com/la-sorpresa-e-dietro-la-testa-la-vera-origine-della-natura-morta/6-ambrogio-figino-pesche-e-foglie-di-vitecollezione-privata/

http://www.giacomoberra.it/pubblicazioni/Berra,%201989,%20Figino,%20Piatto%20di%20pesche.pdf

I mangiatori di patate – Vincent van Gogh

Titolo: I mangiatori di patate
(De Aardappeleters)
Autore: Vincent van Gogh
Anno: 1885
Ubicazione: Rijksmuseum Vincent Van Gogh, Amsterdam

Il quadro
I mangiatori di patate propone una rappresentazione autentica e non emendata della realtà, dove soggetti generalmente ritenuti indegni di rappresentazione pittorica, come i contadini di Nuenen, non sono discriminati in virtù della loro «bruttezza», ma presentati con stile privo di compiacimenti estetizzanti. [cit. Wikipedia]

Il soggetto
Gli europei approdati nelle Americhe che per primi scoprirono le patate, i conquistadores spagnoli, non ne capirono subito le potenzialità.
Chiamata patata perché confusa con la patata dolce, questo tubero era considerato brutto e poco appetibile, tanto da essere inizialmente utilizzato solo come cibo per animali.
Solo verso la fine del XVIII secolo, la crescita della popolazione e la conseguente necessità di trovare un alimento facilmente disponibile ed economico, attirò l’attenzione su questo alimento che fino ad allora aveva avuto una pessima fama: aveva un brutto aspetto, all’epoca le patate erano violacee, per di più cresceva sottoterra, cosa guardata con un certo sospetto. Per di più si riteneva facesse male, cosa non del tutto falsa: le foglie e il tubero che presenta le germinazioni, contengono solanina, un alcaloide tossico.
La diffusione della patata tra la popolazione, si deve a un agronomo francese, Antoine Parmentier, che era stato prigioniero in Germania durante la Guerra dei sette anni (1756 – 1763) e aveva scoperto che le truppe austriache consumavano regolarmente questo alimento sostanzioso e facile da coltivare in quantità.
Di ritorno in Francia, con uno stratagemma spinse la popolazione francese ad accettare di mangiare patate: d’accordo con il re fece mettere dei soldati a presidiare i campi di patate. I contadini si convinsero che le patate erano un cibo prezioso e iniziarono a rubarle e a mangiarle. (Qui a destra un particolare dell’opera).

Secondo me
Questo quadro mi ha molto colpita perché manca l’elemento che solitamente mi attira di più nei quadri: il colore. I toni scuri e la scelta di personaggi dai tratti duri e dalle espressioni tristi a prima vista respinge. Certo, l’intento dell’autore è quello di denunciare le condizioni delle persone più povere della società, ma questo non rende il quadro più invitante. Almeno finché non si inizia a vedere la luce, nel vero senso della parola, che permette di notare tutti gli elementi essenziali dell’opera e di apprezzare l’abilità di Van Gogh che riesce a rendere reale questa scena, nonostante l’uso di pochi colori molto scuri e di poche pennellate di bianco. La luce illumina i volti dei personaggi e la tavola, cosa che fa spiccare su tutto proprio il piatto di patate.

Per approfondire
https://www.arteworld.it/i-mangiatori-di-patate-van-gogh-analisi/

Calendario dell’avvento 2019


Diversi mesi fa, durante il corso di Langue & Parole Food writing… e photography!, ci è stato assegnato un esercizio: scrivere un post di commento a un dipinto con il cibo come protagonista. L’idea mi è piaciuta molto ed è da allora che penso a come proporla anche sul mio blog, ma finora non avevo trovato il modo (e il tempo) per inserire questo argomento. Ho pensato che il calendario dell’avvento potesse essere una buona occasione per approfondire il legame tra arte e cibo. Non sono un’esperta d’arte, quindi il criterio di selezione delle opere e il commento è molto semplicemente dettato dal mio gusto personale e dalla curiosità che mi ispirano i singoli quadri. In un mix di opere classiche e moderne, per 25 giorni andremo alla scoperta di come gli artisti di ogni epoca hanno interpretato il cibo nell’arte.

Appuntamento a partire dal 1 di dicembre, stay tuned.

Nota: chi segue questo blog, sa che lo scorso anno ho interrotto le pubblicazioni a metà mese, a causa di un ricovero ospedaliero. Quest’anno, per scongiurare qualsiasi imprevisto, ho già scritto e programmato tutti i post.

Buona calendario dell’avvento 2019.

Milk of human kindness

Oggi è la giornata mondiale della gentilezza.
Il 13 novembre 1997 il Japan Small Kindness Movement e altre ONG impegnate a promuovere la gentilezza nel mondo si trovano per stilare la “Dichiarazione della gentilezza”. Da allora questa idea ha iniziato a diffondersi pian piano in tutto il mondo. In Italia ha trovato casa a Parma nel 2000.

In inglese si può trovare l’espressione idiomatica “milk of the human kindness” che significa “l’essenza della bontà umana” e indica un’innata bontà ed empatia per le altre persone. Questa frase compare per la prima volta nel Macbeth di Shakespeare (Atto primo scena V). Viene pronunciata da Lady Macbeth in segno di disapprovazione nei confronti del marito che, secondo lei, ha troppa poca ambizione e non è abbastanza spietato per essere in grado di indossare la corona a cui è destinato visto che non vuole ricorrere all’omicidio per eliminare i rivali.

E voi, qual è il vostro atto di gentilezza per onorare questa festa?

Big cheese

Quando si definisce qualcuno big cheese si intende che quella persona è quello che in italiano chiameremmo pezzo grosso.
Non è molto chiara l’origine di questa espressione, ma secondo alcune ricostruzioni cheese deriverebbe dall’urdu e dal persiano ciz che significa cosa, oggetto.
Questa espressione è tipica del British English e si trovano ricorrenze già intorno al 1920.
Nell’American English è più frequente un’espressione analoga: big enchilada.

Pumpkin spice latte


Autunno, tempo di zucche.
Adoro la zucca, mi piace cucinarla, e mangiarla, in molti modi: come contorno, magari con lo speck, frullata nel passato di verdura, mantecata nel risotto con lo zola o il taleggio, ma i miei preferiti sono i tortelli di zucca mantovani.
Non mi sarei mai spinta a considerare la possibilità di trasformare la zucca in una bevanda.
Negli Stati Uniti in autunno in generale e nel periodo di Halloween in particolare, da qualche anno si può consumare il pumpkin spice latte, ovvero il caffellatte speziato alla zucca (vale la pena ricordare che in inglese latte è un false friend e indica il caffellatte, mentre il nostro latte si dice milk).
La ricetta è stata creata nella famosa catena di caffè americana Starbucks (qui potete leggere la storia e la ricetta), quindi non escludo che quest’inverno anche a Milano si potrà assaggiare questa bevanda.

Ho scoperto l’esistenza di questa singolare bevanda grazie a un’amica che mi ha chiesto il significato di questa vignetta:

Tradurre questa vignetta è stato molto interessante perché oltre a pumpkin spice, che sono dovuta andarmi a cercare perché non l’avevo mai sentito nominare, c’è l’interessante gioco di parole con pumpkin patch.

Chi come me è cresciuto a pane e Peanuts, i fumetti, sa benissimo che il pumpkin patch è il campo di zucche dove Charlie Brown aspetta the Great Pumpkin (in italiano “il Grande Cocomero”). Tuttavia in inglese patch è anche il nome per indicare il cerotto, nello specifico il riferimento è ai nicotine patch, i cerotti alla nicotina che aiutano (?) a smettere di fumare.
Così la vignetta potrebbe essere tradotta più o meno così:
“Oh questo? Sono dipendente dal caffellatte alla zucca, così ho messo il cerotto (alla zucca)”.

E voi avete mai assaggiato il Pumpkin spice latte?

Buon Halloween a tutti.

Una borraccia ci seppellirà tutti


Ho iniziato l’università nel 1991. Già a quei tempi, visto che bevo parecchio, nel mio zaino potevi sempre trovare una bottiglietta d’acqua che usavo e riusavo più volte. Era una scelta green nel senso che essendo perennemente al verde trovavo assolutamente improponibili i prezzi delle bottigliette alle macchinette o dell’acqua in vendita nei bar vicino all’università e quindi mi portavo l’acqua da casa.

In tempi più recenti, 7/8 anni fa, ho scoperto che potrebbe non essere salutare riutilizzare le bottiglie usa e getta in plastica, così sono passata alla borraccia. Ne ho scelta una di plastica perché secondo me è più leggera di quelle di metallo, e visto che nello zaino mi porto già di tutto, anche pochi grammi fanno la differenza.
Anche qui la scelta non è stata fatta per seguire qualche moda green, anzi, i primi tempi la borraccia, al di fuori dell’ambito sportivo, faceva pure un po’ sfigata (diciamolo chiaramente).

Quest’inverno ho notato le prime avvisaglie di un cambiamento, visto che mi sono ritrovata a tradurre alcuni manualetti di istruzioni sull’utilizzo e la manutenzione di borracce sempre più moderne e “tecnologiche”, per lo più dedicate agli sportivi. (Anche se non nascondo che la prima reazione all’idea di tradurre un libretto, anche se della lunghezza di un foglio o poco più, di una borraccia è stata di incredulità).

Quest’estate, durante le vacanze, ho notato come l’atteggiamento verso le borracce sia radicalmente cambiato anche a livello di mercato popolare: la borraccia si è trasformata nel gadget del momento. Di plastica o di metallo, regalare borracce è diventato il modo per molti marchi di far vedere di aver aderito seriamente al nuovo spirito ecologista (non vi spiegherò il significato della parola greenwashing, ma vi invito a leggere questa bella spiegazione).
Così all’autogrill in autostrada ci hanno regalato la borraccia di una nota bibita, quando siamo arrivati in albergo ci hanno regalato una borraccia con il logo dell’albergo e siamo stati invitati a usarla con i distributori di acqua e bibite a disposizione degli ospiti al posto dei bicchieri di plastica e in un supermercato ci hanno regalato un’ulteriore borraccia.

Quindi, sommando quelle che già avevamo a quelle che ci hanno regalato durante le vacanze, adesso abbiamo quasi più borracce che bicchieri e mi chiedo cosa succederà quando inizieranno a moltiplicarsi gli articoli che invitano a fare attenzione all’utilizzo delle borracce, su quanto siano pericolosi alcuni materiali di cui sono fatte (qui e qui), di quanti batteri nocivi riescano a proliferare al loro interno (qui e qui), oppure cosa succederà quando, come per tutte le novità, passato il primo momento di cieco entusiasmo, inizieranno a crearsi le fazioni pro e contro l’uso della borraccia.

Nell’attesa di vedere come si configureranno gli schieramenti, vediamo come possiamo rendere la parola borraccia in inglese:
– il termine sicuramente più frequente è water bottle, spesso preceduto dal materiale: stainless steel water bottle, plastic water bottle e persino bamboo water bottle.
Da notare che con (plastic) water bottle si possono indicare anche le normali bottiglie di plastica da riciclare, in questo caso si può anche trovare specificato se sono single-use/ disposable water bottle (usa e getta) o multi-use/ reusable (riutilizzabili).
Per finire con (hot) water bottle, si indica la borsa dell’acqua calda.

– Altro termine per definire la nostra borraccia è canteen. Parola di cui sconsiglio l’utilizzo visto che viene utilizzata molto più spesso per indicare la mensa e che con l’accezione di borraccia questa parola viene solitamente usata in ambito militare.
Una curiosità: un altro significato di canteen è anche contenitore portaposate.

– Per finire la borraccia può essere resa anche con (leather) flask, letteralmente fiasca/ borraccia di pelle, ma a meno che non siate i protagonisti di un film western, ne eviterei l’uso.

– Se invece la vostra borraccia contiene liquidi caldi (come tè, caffè o altro) il termine corretto è thermos. Quello che forse non tutti sanno è che la parola thermos andrebbe scritta con la lettera maiuscola e il simbolo ®, visto che, come spesso accade, si tratta di un marchio registrato (trademark) diventato talmente famoso da aver dato vita a una categoria di oggetti. Indovinate un po’? Sul sito aziendale le borracce vengono descritte come water bottle.