Champagne taste on a beer budget

Champagne taste on a beer budget


Quando diciamo che una persona ha champagne taste on a beer (bottle) budget, intendiamo dire che ha gusti o che ama vivere al di sopra delle proprie possibilità. L’espressione è apparsa per la prima volta nel 1890 sul Globe-Republican: “Schoolmastering, I found, did not pay for a man who had acquired champagne tastes on a beer income, and so I determined to travel“.
Già alla fine del diciannovesimo secolo lo champagne rappresentava la bevanda status symbol della ricchezza e del lusso, mentre la birra era la bevanda più diffusa ed economica.
Questa espressione nasce dall’unione di queste due idee.

Lo stesso modo di dire si può trovare anche nella variante champagne taste on a lemonade budget. Nei titoli di riviste e giornali specializzati, questa espressione viene utilizzata per indicare idee per l’organizzazione di un matrimonio che sembri più sfarzoso di quanto non sia in realtà (qui e qui).

Una curiosità: il gruppo di cantanti a cappella Home Free, vincitori dello show televisivo dedicato ai cantanti a cappella prodotto dalla Sony Sing-off, hanno dedicato a questa espressione una divertente canzone.

Marmalade dropper e muffin choker

marmalade and muffin


Immaginate. State facendo colazione e mentre mangiate la vostra fetta di pane tostato spalmato di marmellata di agrumi leggete le notizie del vostro quotidiano preferito. Ad un certo punto una notizia vi lascia talmente sconcertati che vi fa scivolare di mano la fetta di pane e la marmellata vi cade addosso. Ecco quella notizia è quella viene definita marmalade dropper. Questa espressione è nata nella prima metà degli anni ’90 e viene usata sia per notizie positive che per notizie negative. Talvolta anche le immagini delle riviste possono essere indicate con questo nome.
Ovviamente l’espressione è tipicamente british, visto che nell’american english l’espressione marmalade non viene solitamente utilizzata, anche perché gli americani non sono abituati a una colazione a base di pane tostato e marmellata di agrumi.
Ciò non significa che negli Stati Uniti non ci sia un’espressione equivalente: muffin choker ad indicare una notizia talmente sconvolgente da far andare di traverso il muffin che si sta mangiando. Negli Stati Uniti talvolta si usa anche l’espressione cornflakes choker.

Novel food

Se siete persone attente e leggete abitualmente le etichette degli alimenti che comprate, e non mi riferisco solo alla data di scadenza, probabilmente vi sarà capitato di trovare la dicitura novel food. Di cosa di tratta?
La definizione di novel food secondo la legislazione europea è:

“Novel Food is defined as food has not been consumed to a significant degree by humans in the EU prior to 1997, when the first Regulation on novel food came into force”.

Quindi vengono considerati come novel food, o alimenti nuovi, tutti quegli alimenti che non siano stati consumati in modo significativo dall’uomo, nell’Unione Europea, prima del 1997.
È molto importante notare che la definizione fa specifico riferimento al consumo alimentare all’interno dell’Unione Europea, quindi un alimento che viene regolarmente consumato in altre parti del mondo, ma non all’interno dell’Unione Europea, viene considerato un novel food. Un esempio sono i semi di chia, provenienti dal Guatemala e dal Messico.
Viene considerato novel food anche qualsiasi alimento che sia stato recentemente sviluppato o prodotto con nuove tecnologie o nuovi processi produttivi o estratto da alimenti esistenti (un esempio sono gli yogurt addizionati di fitosteroli e stanoli di origine vegetale).

I novel food seguono il Regolamento CE 258 del 1197 (qui) che definisce nel dettaglio cosa rientri nella definizione di nuovo alimento e stabilisce i criteri per l’immissione nel mercato di questi prodotti. Le due caratteristiche principali che devono avere i novel food sono:
– non devono presentare rischi per il consumatore;
– non devono trarre in inganno il consumatore, il che significa, tra l’altro, che devono essere debitamente etichettati.

La procedura per l’immissione nel mercato dei cosiddetti novel food è piuttosto semplice e prevede controlli di vario tipo:
– bisogna presentare richiesta al Ministero della salute (per l’Italia);
– sulla base della documentazione fornita e delle prove scientifiche rilasciate, il Ministero della salute presenta una relazione di valutazione iniziale alla Commissione UE;
– la commissione provvede a inoltrare la documentazione agli altri Stati membri che possono fare delle osservazioni o obiezioni motivate;
– il richiedente deve rispondere a osservazioni e obiezioni con nuovi dati;
– se le risposte sono ritenute soddisfacenti, si acquisisce il parere dell’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare);
– l’autorizzazione (o il diniego) viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità.
I nuovi alimenti autorizzati vengono monitorati e l’autorizzazione viene rinnovata ogni cinque anni.
L’etichetta di questi alimenti deve riportare la dicitura novel food.

Oltre la tariffa c’è di più

Questo post nasce come ideale risposta al post pubblicato oggi da Stefania Marinoni, (qui).
Stefania nel suo post parla di tariffe nel settore tecnico e dice che un neo-traduttore può proporsi con una tariffa di €0,06. Sarà vero?

Ho iniziato a propormi alle agenzie come traduttrice nel 2014 (partita IVA aperta il 2 gennaio, all’ufficio delle entrate c’eravamo io, l’usciere e il funzionario dell’agenzia), ma ho iniziato a lavorare per diventare una traduttrice professionale dalla metà del 2013: in quei sei mesi ho fatto tutte le ricerche di mercato possibili e immaginabili, letto libri, articoli, blog e tutto quello che ho trovato sulla professione oltre ad aver iniziato a collaborare per traduzioni pro bono (principalmente le traduzioni di TED) per farmi le ossa. Per  le tariffe mi sono orientata grazie al tariffometro di Turner e alle prime agenzie che ho contattato chiedevo €0,08. La maggior parte delle agenzie non mi ha risposto, e le poche che mi hanno risposto mi hanno chiesto di abbassare la tariffa. Le prime volte ho risposto no, poi ha preso il sopravvento la paura di non riuscire a iniziare, così ho accettato una tariffa più bassa e per il primo lavoro ho accettato €0,055. Poi ho iniziato a rispondere agli annunci su proz e da € 0,055 sono pian piano scesa a € 0,04 tariffa con cui ho “preso” le mie prime due agenzie fisse. Salvo una parentesi di un lavoro fatto a €0, 18 (con un’agenzia che non mi ha mai più pagata) la mia tariffa si è attestata più o meno lì (anche se ammetto di aver accettato qualche lavoro a meno nei periodi particolarmente tranquilli).
Il mese scorso, nel preparare la documentazione per il commercialista, mi sono resa conto che con quello che ho guadagnato tra il 2014-2016 non ci pago quasi nemmeno il commercialista stesso, figuriamoci Trados, i corsi di aggiornamento, i costi per partecipare a eventi di networking o alle fiere.
Sarebbe naturale pensare, come sento dire da molti, che il mondo delle traduzioni è quello, che con le traduzioni non si guadagna e che le colleghe che come Stefania raccontano ai novellini che quello delle traduzioni è un lavoro vero dove si guadagna mentono, o lavorano con combinazioni strane o non so che altro.
La realtà è ben diversa.

Nel 2014 quando ho iniziato a lavorare non avevo una specializzazione, non solo, avendo lavorato sempre in azienda ed essendo abituata a tradurre un po’ di tutto, mi proponevo per tradurre di tutto (anche i contratti, del resto ho fatto un corso di Legal English dove ho preso 30 e lode), in qualsiasi orario e in qualsiasi giorno dell’anno.
Nemmeno a dirlo ho sempre lavorato tantissimo durante le vacanze, specialmente quelle di Natale, il sabato e la domenica, e molto poco nei normali giorni di lavoro. Non scherzo, nella mia cover letter avevo specificamente scritto che ero disponibile anche nel week end e nei festivi e anche al lavoro serale (le frustate non le ho incluse, però volendo…) di conseguenza mi chiamavano per quello.
Non avendo scelto una vera specializzazione, almeno fino alla fine del 2015, ho sempre puntato alle agenzie più generiche, quelle che traducono qualsiasi documento in qualsiasi lingua a prezzi convenientissimi. È abbastanza scontato che se punti le agenzie che ai clienti si propongono con tariffe da €0,08 (le ho viste, ci sono) non è che tu come traduttore puoi pensare di chiedere € 0,06.
Come se non bastasse, con la scusa di far rendere i soldi pagati per l’account premium di proz, mi sono fossilizzata lì, non sono praticamente andata oltre le risposte degli annunci.
Ovviamente non ho quasi ma chiesto né feedback scritti (chiedere, che vergogna!) delle agenzie con cui ho lavorato, né la possibilità di indicarli come referenze e, soprattutto, ho sempre aspettato che fossero loro a richiamarmi (se mi vogliono mi cercano).
Di uscire dalla mia comfort zone e osare a contattare seriamente clienti diretti o agenzie di un certo livello nemmeno a parlarne.

Ecco questo è il metodo perfetto per ritrovarsi dopo tre anni con un reddito pietoso e la convinzione che il mondo delle traduzioni sia quello, non ci si scappa chi dice il contrario mente.
Invece Stefania Marinoni ha ragione, la tariffa di €0,06 è più che ragionevole, anche per chi è agli inizi.

Tu che vuoi fare il traduttore devi svegliarti; smettila di chiedere nei gruppi di facebook come si diventa traduttore, hai mai visto un idraulico chiedere in giro “scusi, come si diventa idraulico?”.
Proz non è il male, non è brutto, sporco e cattivo, ovvio se ti proponi per due soldi ti pagano due soldi, e sì, il 90% degli inserzionisti cerca traduttori da due soldi, ma resta sempre un 10% che vuole dei professionisti, sta a te decidere che tipo di traduttore sei.
Leggi la tua cover letter, oppure falla leggere a qualcuno, magari è un orrore insulso come la mia, dove ti offri di fare qualsiasi cosa.
Cura Linkedin e soprattutto smetti di frequentare esclusivamente i gruppi dei traduttori. Intendiamoci, adoro le mie colleghe, con alcune ho anche un rapporto che potrei definire di amicizia, anche se per lo più virtuale, ma rendiamoci conto, i tuoi colleghi non ti danno lavoro (giustamente!), se sono in gamba ti possono dare dritte, consigli e sei già fortunato che condividano con te la loro esperienza. Entra a far parte dei gruppi di professionisti del settore dove sei specializzato, fai networking professionale anche in rete.
Fai marketing come se non ci fosse un domani, quando sei agli inizi almeno il 70% del tuo tempo deve essere dedicato a quello, ma deve essere marketing mirato e intelligente, se mandi un cv tanto per mandarlo, lo mandi a tutti, senza fare una selezione, sempre lo stesso, magari accompagnato dalla summenzionata cover letter orrenda, stai perdendo tempo non stai facendo marketing.
Ma soprattutto, osa, osa, esci dalla tua comfort zone, la sindrome dell’impostore è una scusa è come quando chiedono alla modella bellona di turno se pensa di essere bella e lei risponde “non mi sento più bella di altre donne, sono una normale, anzi, da ragazzina ero bruttissima”, certo e io sono la fata turchina. Se fai il traduttore devi essere capace di farlo, che hai studiato a fare?, se non ti senti sicuro studi e ti migliori, soprattutto ti svegli e smetti di piangerti addosso e di impiastrare i social con i piagnistei su quanto il mondo della traduzione sia brutto e cattivo.
Proponiti con tariffe da professionista, non tanto e non solo per rispetto dei colleghi e della categoria, che volendo potrebbe anche non importartene meno, ma per avere rispetto di te stesso e per portare a casa un vero reddito. Se guadagni con il tuo lavoro sei un professionista, altrimenti sei un hobbista più o meno discreto.
All’inizio è durissima e magari dovrai fare un altro lavoro per poter sostenere quello di traduttore; bene! Se l’altro lavoro è nel settore delle lingue si chiama diversificazione e ti aiuterà anche in futuro nei periodi di magra, che ci sono e ci saranno più o meno sempre. Diversificare non è una vergogna, è una strategia furba che ti apre le porte per presentarti non più come traduttore, ma come consulente linguistico.
Se come me lavori da un po’ e hai agenzie o clienti per cui lavori con tariffe indegne, comunica loro che hai aumentato le tue tariffe, anche se l’aumento è tanto.
Non voglio mentirti, sicuramente non li sentirai più; piangerai, ti dispererai, maledirai il giorno in cui hai preso quella decisione avventata, ti verrà il panico e ti aggirerai miseramente per casa ripetendo “non lavorerò mai più”, ma poi ti renderai conto che è stata la scelta giusta. Non lo dico per dire, lo sto facendo davvero (comprese le scene di disperazione).

Alla fine hai solo due strade: o sei un professionista oppure no, non ci sono vie di mezzo.

 

Primavera

spring


 Giochi ogni giorno con la luce dell’universo.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell’acqua.
Sei più di questa bianca testolina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno.

A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra le ghirlande gialle.
chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi.

Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire i venti, tutti.
La pioggia si denuda.

Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
Io posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s’ancorarono al cielo.

Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all’ultimo grido.
Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Tuttavia qualche volta corse un’ombra strana nei tuoi occhi.

Ora, anche ora, piccola mi rechi caprifogli,
ed hai persino i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle
io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina.

Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto ardere tante volte l’astro baciandoci gli occhi
e sulle nostre teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.

Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell’universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi.

(da Venti poesie d’amore e una canzone disperata, 1924)

Cheesy

cheesy


L’aggettivo cheesy è la dimostrazione di come possa cambiare, anche moltissimo, il significato di una parola in base al contesto e all’utilizzo che se ne fa.
Il significato principale dell’aggettivo cheesy è al formaggio, al gusto di formaggio, i cheesy biscuits, ad esempio, sono i crackers al formaggio.

Non è certo una novità il fatto che l’odore di molti formaggi sia piuttosto forte, per alcuni fastidioso, e quindi l’odore di formaggio viene spesso associato al concetto di puzza; certamente sentirsi dire che si hanno dei cheesy feet non è esattamente un complimento.
Uno dei racconti più divertenti che riesca a ricordare in materia di odori cheesy è in un episodio di Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome, dove viene ben spiegato come l’odore di formaggio possa risultare per alcuni insopportabile, mentre per altri assolutamente normale al punto da non essere nemmeno avvertito.

A chi non è mai capitato di farsi fare una fotografia e di sentirsi suggerire di dire cheese?
Che dire di quel sorriso, tanto ampio quanto falso se non che è cheesy? Ecco per l’appunto un cheesy smile, è un sorriso ampio, ma indiscutibilmente falso.

Altro significato di questo aggettivo che probabilmente è legato all’odore, o meglio, al cattivo odore del formaggio è di cattiva qualità, scadente e per estensione di cattivo gusto, kitsch. Se capitate in un cheesy hotel, non siete finiti in una versione casearia della favola di Hansel e Gretel, ma semplicemente in un albergo di qualità scadente.
Mentre se state vedendo un cheesy film, probabilmente il film è semplicemente sentimentale, melenso, il che non lo rende necessariamente brutto.

E per voi? L’aggettivo cheesy richiama immagini positive o negative?

Lasagne all’inglese – Saint Patrick’s Day

Un anno fa, per il Saint Patrick’s Day.

Debora Serrentino - Foodie Translator

In Irlanda e in tutti gli stati dove ci sono grandi comunità irlandesi, come negli Stati Uniti o in Canada, il 17 marzo si festeggia il Saint Patrick’s day, il giorno di San Patrizio, anche se oggi il giorno di San Patrizion viene festeggiato in ogni città dove sia presente un pub ireland-saint-patrick-s-day-large.jpgirlandese. Anche in Italia ogni anno si tengono feste in diverse città.
San Patrizio è il patrono d’Irlanda e in questo giorno è tradizione vestirsi di verde, verde come il trifoglio (shamrock) che la tradizione vuole sia stato usato da San Patrizio per spiegare il concetto di trinità. Il colore tradizionale di questa festa è il verde, a simboleggiare la verde Irlanda, anche se il colore inizialmente associato a San Patrizio era il blu.
Benché la festa celebri il patrono d’Irlanda, il primo Saint Patrick’s day si è festeggiato negli Stati Uniti, a Boston…

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Clove vs clove

clove


Se vi è mai capitato di tradurre una ricetta o se semplicemente siete appassionati di cucina e leggete ricette in inglese, vi sarete sicuramente già imbattuti in questa curiosità linguistica: la parola inglese clove indica tanto lo spicchio d’aglio (clove of garlic), quanto il chiodo di garofano. L’aglio è una pianta originaria dell’Asia, conosciuta sin dall’antico Egitto. Viene ampiamente usata in cucina, ma ha anche alcune proprietà terapeutiche riconosciute anche dalla scienza. I chiodi di garofano sono i fiori essiccati di un albero sempreverde originario dell’Indonesia, oggi diffuso in Asia, America e Africa. I chiodi di garofano vengono utilizzati come spezia in cucina, ma vengono utilizzati anche in medicina per le proprietà antisettiche e anestetizzanti. Erano già utilizzati presso gli egizi nelle procedure di imbalsamazione e presso i romani per le proprietà antisettiche e per curare il mal di denti. Tuttavia, nonostante siano conosciute sin dai tempi antichi e utilizzate sia in cucina che per le proprietà medicinali, non è da queste basi comuni che deriva il nome uguale.
La parola clove, chiodo di garofano, deriva del francese clou de girofle, dove clou deriva dal latino clavus, chiodo proprio perché la forma della spezia ricorda quella di un chiodo, mentre girofle, deriva dalla parola latina caryophillus, garofano, perché il profumo di questa spezia ricorda vagamente quella del garofano (fiore).
Mentre clove, spicchio d’aglio, deriva dalla parola in inglese antico clufu, analoga al verbo clēofan, in inglese cleave, spaccare, dividere.
Ecco quindi che clove (of garlic), spicchio d’aglio, e clove, chiodo di garofano, sono due parole distinte e diverse.