Milk of human kindness

Oggi è la giornata mondiale della gentilezza.
Il 13 novembre 1997 il Japan Small Kindness Movement e altre ONG impegnate a promuovere la gentilezza nel mondo si trovano per stilare la “Dichiarazione della gentilezza”. Da allora questa idea ha iniziato a diffondersi pian piano in tutto il mondo. In Italia ha trovato casa a Parma nel 2000.

In inglese si può trovare l’espressione idiomatica “milk of the human kindness” che significa “l’essenza della bontà umana” e indica un’innata bontà ed empatia per le altre persone. Questa frase compare per la prima volta nel Macbeth di Shakespeare (Atto primo scena V). Viene pronunciata da Lady Macbeth in segno di disapprovazione nei confronti del marito che, secondo lei, ha troppa poca ambizione e non è abbastanza spietato per essere in grado di indossare la corona a cui è destinato visto che non vuole ricorrere all’omicidio per eliminare i rivali.

E voi, qual è il vostro atto di gentilezza per onorare questa festa?

Big cheese

Quando si definisce qualcuno big cheese si intende che quella persona è quello che in italiano chiameremmo pezzo grosso.
Non è molto chiara l’origine di questa espressione, ma secondo alcune ricostruzioni cheese deriverebbe dall’urdu e dal persiano ciz che significa cosa, oggetto.
Questa espressione è tipica del British English e si trovano ricorrenze già intorno al 1920.
Nell’American English è più frequente un’espressione analoga: big enchilada.

Pumpkin spice latte


Autunno, tempo di zucche.
Adoro la zucca, mi piace cucinarla, e mangiarla, in molti modi: come contorno, magari con lo speck, frullata nel passato di verdura, mantecata nel risotto con lo zola o il taleggio, ma i miei preferiti sono i tortelli di zucca mantovani.
Non mi sarei mai spinta a considerare la possibilità di trasformare la zucca in una bevanda.
Negli Stati Uniti in autunno in generale e nel periodo di Halloween in particolare, da qualche anno si può consumare il pumpkin spice latte, ovvero il caffellatte speziato alla zucca (vale la pena ricordare che in inglese latte è un false friend e indica il caffellatte, mentre il nostro latte si dice milk).
La ricetta è stata creata nella famosa catena di caffè americana Starbucks (qui potete leggere la storia e la ricetta), quindi non escludo che quest’inverno anche a Milano si potrà assaggiare questa bevanda.

Ho scoperto l’esistenza di questa singolare bevanda grazie a un’amica che mi ha chiesto il significato di questa vignetta:

Tradurre questa vignetta è stato molto interessante perché oltre a pumpkin spice, che sono dovuta andarmi a cercare perché non l’avevo mai sentito nominare, c’è l’interessante gioco di parole con pumpkin patch.

Chi come me è cresciuto a pane e Peanuts, i fumetti, sa benissimo che il pumpkin patch è il campo di zucche dove Charlie Brown aspetta the Great Pumpkin (in italiano “il Grande Cocomero”). Tuttavia in inglese patch è anche il nome per indicare il cerotto, nello specifico il riferimento è ai nicotine patch, i cerotti alla nicotina che aiutano (?) a smettere di fumare.
Così la vignetta potrebbe essere tradotta più o meno così:
“Oh questo? Sono dipendente dal caffellatte alla zucca, così ho messo il cerotto (alla zucca)”.

E voi avete mai assaggiato il Pumpkin spice latte?

Buon Halloween a tutti.

Una borraccia ci seppellirà tutti


Ho iniziato l’università nel 1991. Già a quei tempi, visto che bevo parecchio, nel mio zaino potevi sempre trovare una bottiglietta d’acqua che usavo e riusavo più volte. Era una scelta green nel senso che essendo perennemente al verde trovavo assolutamente improponibili i prezzi delle bottigliette alle macchinette o dell’acqua in vendita nei bar vicino all’università e quindi mi portavo l’acqua da casa.

In tempi più recenti, 7/8 anni fa, ho scoperto che potrebbe non essere salutare riutilizzare le bottiglie usa e getta in plastica, così sono passata alla borraccia. Ne ho scelta una di plastica perché secondo me è più leggera di quelle di metallo, e visto che nello zaino mi porto già di tutto, anche pochi grammi fanno la differenza.
Anche qui la scelta non è stata fatta per seguire qualche moda green, anzi, i primi tempi la borraccia, al di fuori dell’ambito sportivo, faceva pure un po’ sfigata (diciamolo chiaramente).

Quest’inverno ho notato le prime avvisaglie di un cambiamento, visto che mi sono ritrovata a tradurre alcuni manualetti di istruzioni sull’utilizzo e la manutenzione di borracce sempre più moderne e “tecnologiche”, per lo più dedicate agli sportivi. (Anche se non nascondo che la prima reazione all’idea di tradurre un libretto, anche se della lunghezza di un foglio o poco più, di una borraccia è stata di incredulità).

Quest’estate, durante le vacanze, ho notato come l’atteggiamento verso le borracce sia radicalmente cambiato anche a livello di mercato popolare: la borraccia si è trasformata nel gadget del momento. Di plastica o di metallo, regalare borracce è diventato il modo per molti marchi di far vedere di aver aderito seriamente al nuovo spirito ecologista (non vi spiegherò il significato della parola greenwashing, ma vi invito a leggere questa bella spiegazione).
Così all’autogrill in autostrada ci hanno regalato la borraccia di una nota bibita, quando siamo arrivati in albergo ci hanno regalato una borraccia con il logo dell’albergo e siamo stati invitati a usarla con i distributori di acqua e bibite a disposizione degli ospiti al posto dei bicchieri di plastica e in un supermercato ci hanno regalato un’ulteriore borraccia.

Quindi, sommando quelle che già avevamo a quelle che ci hanno regalato durante le vacanze, adesso abbiamo quasi più borracce che bicchieri e mi chiedo cosa succederà quando inizieranno a moltiplicarsi gli articoli che invitano a fare attenzione all’utilizzo delle borracce, su quanto siano pericolosi alcuni materiali di cui sono fatte (qui e qui), di quanti batteri nocivi riescano a proliferare al loro interno (qui e qui), oppure cosa succederà quando, come per tutte le novità, passato il primo momento di cieco entusiasmo, inizieranno a crearsi le fazioni pro e contro l’uso della borraccia.

Nell’attesa di vedere come si configureranno gli schieramenti, vediamo come possiamo rendere la parola borraccia in inglese:
– il termine sicuramente più frequente è water bottle, spesso preceduto dal materiale: stainless steel water bottle, plastic water bottle e persino bamboo water bottle.
Da notare che con (plastic) water bottle si possono indicare anche le normali bottiglie di plastica da riciclare, in questo caso si può anche trovare specificato se sono single-use/ disposable water bottle (usa e getta) o multi-use/ reusable (riutilizzabili).
Per finire con (hot) water bottle, si indica la borsa dell’acqua calda.

– Altro termine per definire la nostra borraccia è canteen. Parola di cui sconsiglio l’utilizzo visto che viene utilizzata molto più spesso per indicare la mensa e che con l’accezione di borraccia questa parola viene solitamente usata in ambito militare.
Una curiosità: un altro significato di canteen è anche contenitore portaposate.

– Per finire la borraccia può essere resa anche con (leather) flask, letteralmente fiasca/ borraccia di pelle, ma a meno che non siate i protagonisti di un film western, ne eviterei l’uso.

– Se invece la vostra borraccia contiene liquidi caldi (come tè, caffè o altro) il termine corretto è thermos. Quello che forse non tutti sanno è che la parola thermos andrebbe scritta con la lettera maiuscola e il simbolo ®, visto che, come spesso accade, si tratta di un marchio registrato (trademark) diventato talmente famoso da aver dato vita a una categoria di oggetti. Indovinate un po’? Sul sito aziendale le borracce vengono descritte come water bottle.

Insalatona gourmet

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Come si combatte il caldo a tavola? Con una bella insalatona.

Ingredienti:
– Insalata avanzata dal pranzo di domenica
– Petto di pollo arrosto avanzato dal pranzo di ieri (che quello avanza sempre perché stoppaccetto)
– Noci sgusciate che girano nella dispensa da un secolo
– Stilton stagionato preso al discount (va bene fighi, ma non s’è mica vinto al superenalotto)
– Gomasio (pure questo preso al discount in confezione famiglia e ora dovrò metterlo ovunque per finirlo)
– Olio evo e aceto balsamico

Preparazione:
Prendere una bacinella e metterci dentro l’insalata (già lavata e tagliata e messa nel tupperino così dura di più); tagliare a pezzetti il petto di pollo e metterlo con l’insalata.

Guardare le noci con sospetto perché sono in giro da un secolo, ma non sai esattamente quale; con fare temerario guardare nella confezione e tirarne fuori una e assaggiarla. Constatare che non ha alcun sapore, ma contemporaneamente accorgersi che nella confezione ci sono sospetti puntini bianchi. Buttare le noci e sperare di non aver preso il botulino o altro.

Condire con un cucchiaino di gomasio, olio e aceto balsamico e mangiare.

Risultato:
molto buona, lo Stilton non è male nonostante la provenienza dal discount. Il gomasio non mi pare sappia di nulla, urge assaggio da solo.

Nota: non ci sono fotografie perché me la sono mangiata prima di pensare di farci un post. Sono una pessima food blogger 😀

Niente critiche, grazie.

Qualche giorno fa ho condiviso sul mio profilo personale un video di una professionista che, durante un evento, parlava della gestione dei ritmi di lavoro.
Non ho condiviso il video perché mi piacesse, ma per vederlo con calma in un momento di pausa. Il video era, almeno per me, oggettivamente brutto, generico e molto poco interessante. Tra un commento e l’altro con una collega l’abbiamo letteralmente massacrato. Durante questa operazione di critica distruttiva, arriva un commento: “Certo che siete proprio tremende!”.

Questa cosa mi ha fatto riflettere su due questioni:
1) anch’io che non amo particolarmente Facebook e i social media in generale, soprattutto per l’uso disattento che se ne fa, a volte dimentico che quello che si scrive sui social non è mai privato, nemmeno se stai scrivendo sul tuo profilo personale.
A volte ci si dimentica che quando si scrive sui social non si è al bar sotto casa dove si può spettegolare liberamente (e anche lì parliamone), ma che altri leggono, condividono e diffondono opinioni, anche scioccamente cattive, che dovrebbero restare private.

2) Che non dovremmo mai dimenticare la massima: “Loda in pubblico e critica in privato“.
Il che non significa essere ipocriti o sparlare dietro la schiena, significa che se il servizio o il prodotto che ho acquistato da te non mi piace, a ragione o a torto, non vado in ogni piazza dove qualcuno è disposto ad ascoltarmi per massacrarti di critiche, ma ti contatto direttamente e ti dico che il tuo servizio/ prodotto non mi è piaciuto, lo posso fare anche in modo duro, ma a tu per tu. Ti spiego che non sono rimasta soddisfatta del tuo lavoro e ovviamente ti spiego pure perché, anche senza tanti giri di parole, ma in privato.

Salvo scivoloni da pettegolezzo, in genere pubblico solo recensioni positive di libri, corsi, eventi, oggetti che compro, ecc… Non perché sono buona (o buonista, perché oggi essere buoni è una colpa) o all’insegna del volemose bene, ma perché la critica ha un senso solo se costruttiva e se si dà all’altra persona l’opportunità di spiegare le proprie ragioni. Perché è facile criticare, molto meno fare. E poi perché sbagliare è un attimo e può capitare a chiunque ed essere massacrati per l’unica volta che hai sbagliato, per l’unica volta che hai pubblicato un post al volo senza rileggerlo e ti sono scappati due errori due di grammatica e/o d’ortografia, per l’unica volta che l’evento, il corso o altro che hai organizzato non è stato più che perfetto, brucia e pure tanto.

A volte qualcuno dice: “Troppo facile, se un servizio/prodotto riceve solo recensioni positive sembra buono, ma in realtà è una falsa immagine”.
Non sono d’accordo, se le recensioni positive sono vere secondo me no.
Il danno lo fanno le recensioni positive fatte solo per amicizia, perché ti do una mano a crescere e dico che il tuo prodotto è buono senza averlo provato o se fornisco una recensione positiva anche se l’ho provato e non mi è piaciuto perché penso di ricavarne qualcosa, per mille altri motivi che nulla hanno a che vedere con la ragione che dovrebbe spingere a scrivere una recensione positiva.

Le recensioni, positive o negative che siano, sono opinioni, punti di vista, non sono il Verbo. Tuttavia, mentre le recensioni positive non possono fare danni, quelle negative possono stroncare il lavoro di una persona e bisognerebbe pensarci due volte prima di scriverle davanti al mondo. Anche perché bisognerebbe ricordare che il mondo va avanti anche senza la nostra illuminata opinione su tutto.

E tu, come ti comporti? Trovi giusto scrivere recensioni negative? Oppure ti è capitato di ricevere recensioni cattive? Come ti sei comportato/a?


World Water Day 2019

«Acqua, acqua ovunque, e neanche una goccia da bere!»

Le famose parole di Coleridge, scritte nel 1798, in molte zone del mondo sono già una realtà e già nel 2009 si è iniziato a parlare di water conflict (guerra dell’acqua). Ma l’importanza di questo elemento è sentita sin dal 1992, anno in cui le Nazioni Unite decisero di istituire il World Water Day, la giornata mondiale dell’acqua che ricorre ogni 22 marzo.
Sembra incredibile che la Terra, che viene definita il Pianeta azzurro perché coperta per due terzi di acqua, visibile persino nello spazio, debba fronteggiare una crisi proprio per la scarsità di questo elemento.
Questo perché di tutta la massa d’acqua di cui è coperta la Terra, solo lo 0,5% è potabile, particolare non proprio trascurabile.
Il tema scelto per la Giornata mondiale dell’acqua 2019 dalle Nazioni Unite è Water for all: Leaving no one behind, Acqua per tutti: non lasciamo indietro nessuno. L’obiettivo delle Nazioni Unite è safe water, acqua sicura ovvero potabile e facilmente reperibile, per tutti.

Ma la Giornata mondiale dell’acqua non è l’unico momento in cui il mondo si occupa di questo tema.
Ogni tre anni il World Water Council (il consiglio mondiale sull’acqua, un’organizzazione internazionale) organizza il World Water Forum, un momento di incontro tra
capi di stato, ministri, esperti e professionisti del settore, enti locali e ricercatori di tutto il mondo.
L’ottava e ultima edizione si è tenuta in Brasile, nel 2018, mentre la prossima edizione, nel 2021, si terrà in Senegal. La scelta di questa nazione non è un caso, visto sin dagli anni ’70 il Senegal e in generale la regione dello Sahel, vive lunghi periodi di siccità che mettono intere popolazioni in ginocchio a causa della carestia e della scarsità di cibo. Periodi di siccità che con i cambiamenti climatici si stanno facendo più frequenti e lunghi.

La lotta allo spreco dell’acqua è fondamentale ovunque, anche in Italia, perché sono già anni che in diverse città nella stagione estiva l’acqua viene razionata e non solo al Sud.
Non bisogna dimenticare che in questi giorni i telegiornali ci mostrano le immagini di un Po in secca, e la primavera è solo agli inizi.



Squash blossoms

Ieri ho festeggiato l’arrivo della bella stagione (finché non fa davvero caldo piace anche a me) con un bel risotto ai fiori di zucca. Ne approfitto sempre perché si trovano per poco tempo e siccome in casa piacciono un po’ a tutti quando li trovo ne approfitto subito.

Posto che il più delle volte quelli che si trovano al supermercato sono fiori di zucchina, c’è da dire che tra i due le differenze sono minime e quasi tutte di tipo estetico (i fiori di zucchina sono un po’ più scuri, tendenti all’arancione e hanno petali un po’ più appuntiti), per il resto il sapore è praticamente identico.

In inglese sono chiamati squash blossoms (fiori di zucca) o courgette flowers (nome prettamente anglosassone per i fiori di zucchine).
Non è insolito nemmeno trovare la dicitura pumpkin flowers.

Se i fiori di zucca sono i fiori eduli più famosi (edible flowers) non sono certo gli unici.
Fiori di borragine, fiori di girasole, denti di leone, nasturzi, fiori di rosmarino e di rucola, solo per citare alcuni dei più comuni.
Il consumo dei fiori, per quanto eduli, deve svolgersi secondo precise precauzioni:
1) essere sicuri di non soffrire di allergie e nel dubbio introdurre il consumo dei fiori in modo molto graduale;
2) non utilizzare i fiori in vendita dai fiorai, perché non sono destinati al consumo alimentare e spesso sono trattati con sostanze tossiche se ingerite;
3) preferire i fiori che hai coltivato tu, così da avere la certezza che non siano pieni di pesticidi, sostanze tossiche o nocive;
4) se si decide di consumare fiori raccolti per strada o nei giardini pubblici, bisogna essere assolutamente certi che non siano stati trattati con sostanze tossiche.

Non è semplice e non sempre siamo in grado di riconoscere fiori ed erbe commestibili.
L’anno scorso ho fatto un corso molto interessante su fiori ed erbe che possiamo trovare nelle nostre città: Percorso selvatico di Tatiana Maselli.
Anche se non ho iniziato ad aggirarmi per campi e parchi con il cestino in vimini, come Cappuccetto rosso, posso garantire che è stato un percorso interessante alla scoperta di un mondo che conoscevo poco e credo che sia indispensabile iniziare a essere più consapevoli di quello che mangiamo e degli effetti che questo ha sulla nostra salute.