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Riflessioni sparse

GDPR, fino allo sfinimento

GDPR


Come la maggior parte delle persone che hanno un sito, un blog, una newsletter o qualsiasi altra forma di comunicazione on-line che in qualche modo possa raccogliere i dati di semplici mortali, ho passato le ultime settimane a leggere, studiare, partecipare a corsi e workshop, su come mettersi in regola con la famigerata GDPR.
Il risultato è che siamo stati bombardati da mail che ci chiedevano di confermare l’iscrizione a questa o quella newsletter.
Io ne ho approfittato per fare due cose:
1) un’approfondita pulizia delle newsletter, ho infatti confermato solo quelle che mi piacciono davvero, quelle che non vedo l’ora di leggere.
2) Una seria riflessione sulla mia newsletter, che, diciamocelo, fa abbastanza ribrezzo.
Così ho deciso di eliminare la newsletter, cancello tutto, se possibile pure l’account mailchimp. Perché la newsletter sarà anche un potentissimo mezzo, ma mi sono resa conto che non fa per me. Così, a differenza di molti altri, non ti chiedo di confermare la tua iscrizione, sono io che ti comunico che la food-letter finisce qui. Continueranno i post, e se vorrai seguirmi potrai iscriverti al sito dalla pagina del blog e ricevere i miei post ogni volta che li pubblico. Se mai mi succederà di resuscitare la newsletter, lo comunicherò qui sul blog. Pertanto la sezione newsletter della mia GDPR resterà in vigore il tempo tecnico necessario per cancellare tutto e assicurarmi che non ci siano dati residui da nessuna parte.

Se vuoi leggere la mia GDPR, che probabilmente dovrò ancora sistemare per verificare che sia davvero completa, la trovi qui, altrimenti vale quello che ho scritto nell’immagine qui sopra: “Giurin giretta, terrò tutto al sicuro”, che riassume in buona sostanza quanto richiesto dalla normativa e quanto ho sempre fatto e ho intenzione di continuare a fare.

Riflessioni sparse

È quasi vacanza

Vacanza


Nonostante il tempo novembrino e la pioggia, ieri sono stata colta un po’ alla sprovvista nel constatare che la scuola è quasi finita. Con molte delle mie classi questa settimana avrò le ultime ore di lezione, ho una montagna di valutazioni finali da consegnare ed è già tempo di programmare lezioni e corsi del prossimo anno.
A sottolineare che ormai ci siamo, le vacanze sono proprio dietro l’angolo, ieri è arrivata anche la conferma della prenotazione della settimana al mare.

Quest’anno ho ben due classi che sosterranno gli esami; insegnando in un ente di formazione professionale non sono esami di maturità, ma sono comunque esami decisivi per i ragazzi che otterranno la qualifica o il diploma professionale.
Guardo questi ragazzi, a malapena maggiorenni, con un misto di invidia e preoccupazione. Invidia perché sembrano pronti a conquistare il mondo e perché non credo di aver mai avuto la loro sicurezza, la certezza che tutto andrà bene. Sanno già quello che faranno, il loro è stato un percorso duro, a volte accidentato, ma quelli che arrivano alla fine hanno già le idee chiare sul loro futuro lavorativo.
Preoccupazione perché so che in buona parte la loro sicurezza deriva da una bella dose di incoscienza, perché nonostante i tre anni di tirocinio in azienda, il mondo del lavoro l’hanno visto in modo protetto, tramite il filtro della scuola, che ha vegliato su tutto il loro percorso.

Su tutto la domanda che mi faccio è: ma li prepariamo davvero al mondo del lavoro? Perché spesso ho l’impressione che ci limitiamo a prepararli per gli esami e decisamente non è la stessa cosa.
La cosa che più mi dispiace è che vivano gli esami come una liberazione dallo studio, che vedano l’attestato o il diploma come il punto d’arrivo, che lo vivano con l’idea che hanno finito di studiare e questo credo sia il nostro fallimento peggiore: non essere riusciti a insegnargli l’amore per la conoscenza, la bellezza e l’utilità di imparare sempre cose nuove.

Quest’anno mio figlio ha iniziato la scuola primaria. Il primo giorno di scuola a noi genitori hanno consegnato un breve questionario conoscitivo e l’ultima domanda ci chiedeva quali fossero le nostre aspettative rispetto al ciclo scolastico che iniziavano i nostri figli.
La mia risposta è stata che speravo che a scuola mio figlio imparasse l’amore per lo studio e per la conoscenza, non solo nozioni. Una bella responsabilità per le sue maestre.

Riflessioni sparse

Di trapani e fori

Mirko Saini


In questo periodo sono molto poco presente sui social, sono presente a intermittenza qui sul mio blog, per non parlare della newsletter che è già saltata due mesi su cinque.
Se pensate che stia per dirvi che sono in crisi, ebbene vi sbagliate, raramente come in questo periodo ho ben chiaro cosa devo fare e come voglio farlo.
Purtroppo, o meglio, per fortuna, per realizzare alcune delle cose che voglio fare mi sono resa conto di avere bisogno di approfondire la mia formazione, ed ecco su cosa sto concentrando in questo periodo il poco tempo che mi resta libero dal lavoro.
Non è la prima volta che parlo del mio amore per lo studio e i ragazzi che seguono i miei corsi di inglese possono testimoniare quanto li “tormenti” con il concetto di formazione continua, perché per me essere costantemente aggiornata e formata su quello che sto facendo è fondamentale, è la mia coperta di Linus, la fonte di tutte le mie certezze.

Su cosa sto facendo formazione? Riprendendo una bellissima frase che ha detto Mirko Saini nel corso STL su Linkedin per i traduttori e interpreti, sto cercando di imparare al meglio come parlare ai miei clienti  dei fori che devono fare con i trapani che intendo vendergli.
No, non sono impazzita e so benissimo che non vendo trapani.

Andiamo con ordine: all’inizio di quest’anno mi sono imposta di lavorare a una strategia di marketing decente, perché avere un blog, scrivere tanti post, essere presente su più o meno tutti i social, ma non avere una strategia efficace, non è solo inutile, è una perdita di tempo ed energie, e visto che il tempo è denaro, è anche una perdita economica.

Il primo pensiero è stato: “faccio piazza pulita di tutti i profili social, tengo solo Facebook, perché ho diversi contatti che mi interessano e LinkedIn, perché è il social giusto per fare marketing verso i clienti”. Detto fatto ho chiuso il mio account Instagram, perché non ho mai pubblicato più di tanto, sono stata a un passo dal chiudere il profilo Twitter, altro social su cui sono molto poco presente e ho fatto piazza pulita di molte delle board di Pinterest (non potrei mai chiudere il mio account Pinterest perché ho una dipendenza da pin).

Ed è stato proprio ripulendo le board di Pinterest che ho capito il mio sbaglio: io non c’ero, tolte un paio di board, tra l’altro perse tra mille altre, io non c’ero da nessuna parte, la maggior parte dei contenuti che condivido su Pinterest e Facebook non sono miei, su Linkedin Pulse non ho mai scritto nulla prima della fine di gennaio e anche dopo ho condiviso due post in croce e su Twitter e Instagram ho una presenza talmente incostante da rasentare lo zero. Persino nella mia Newsletter non ci sono, perché parlo solo di fiere ed eventi di settore che si terranno nel corso del mese. Che senso ha fare marketing agli altri (soprattutto visto che non sono pagata per farlo)? Per l’amor del cielo, condivido volentieri i post delle colleghe o delle professioniste che seguo, perché trovo che siano molto brave e scrivano cose molto interessanti, ma questo non può superare, e di molto, la condivisione di quello che faccio io (io parlo sempre di colleghe e professioniste perché sono più del 90% dei miei contatti, non me ne vogliano i, pochi, signori colleghi e professionisti, che pure seguo con interesse).

Così ho aperto un altro profilo Instagram (perché pare che quello che cancelli sia perso per sempre), dove ho già pubblicato ben due foto in tre mesi, e ho iniziato a leggere e frequentare corsi e soprattutto ho iniziato un periodo di autoanalisi, perché in qualunque corso sul marketing, sul branding, sui social, ma anche nel business plan, le prime domande a cui devi rispondere sono: chi sei, cosa fai, come lo fai e chi è il tuo cliente.

Da brava fan di Hermione sono partita dai libri (del resto anche il mio motto è da sempre, “nel dubbio vai in biblioteca”) e mi sono riletta “Chi ha paura del business plan” e ABC del sito per freelance di  Francesca Marano, che mi hanno permesso di rivedere e correggere i miei obiettivi dell’anno e di mettere mano al mio sito, che adesso vanta ben due pagine anche in inglese (le altre arriveranno a breve).
Ho letto Content marketing spiegato semplice di Massimo Potì, che consiglio, perché spiega in modo semplice, ma approfondito, come funzionano i vari social, e ha permesso anche a una a-social(e) come me di capire che ogni social ha una funzione differente e un modo di comunicare differente, quindi, non puoi prendere e incollare gli stessi contenuti per ogni dove come solitamente faccio io.
Grazie a Canva e ai preziosi consigli di Roberto Pasini in Crisi di identità, sto cercando di dare una forma anche alla mia immagine o contenuti visivi che dir si voglia (e se hai l’impressione che tutti i testi che leggo siano di un’unica casa editrice non sbagli, infatti ho intenzione di chiedere di cedermi delle azioni o almeno una parte dei proventi).

Per i corsi quest’anno sto facendo il pieno con quelli di STL, prima con il corso sulla traduzione tecnica, di Sergio Alasia e poi con il corso su Linkedin di Mirko Saini che mi hanno aiutata, anche se in modi differenti, a fare chiarezza sui servizi che voglio proporre e a come comunicarlo.

A tutto questo devo aggiungere il lavoro che sto facendo per adeguarmi per tempo alla nuova normativa sulla privacy, il famigerato GDPR (e per farlo sto prendendo spunto da questo post, ma sto cercando di trovare il tempo per seguire anche questo corso) , più tutta una serie di aggiornamenti su un settore dell’industria in generale, ma che coinvolge tantissimo l’industria alimentare, che si chiama Industria 4.0 (vedrete che non mancheranno i post sull’argomento).

Se mi seguite da un po’ avrete visto già alcuni cambiamenti, ad esempio ora le immagini che pubblico nei miei post o sui social, riportano in modo ben visibile l’indirizzo del mio sito e il mio logo (di cui vi parlerò più in là, forse), il sito è stato in gran parte sistemato, per lo meno la parte in italiano, all’insegna del less is more, e inizia ad assomigliarmi di più, e ad assomigliare all’idea che ho io di un sito funzionale e poi, finalmente, il mio profilo Linkedin è aggiornato, anche se devo ancora finire di implementare i consigli del corso di Saini.

Come vedete non mi sto certo annoiando e prometto che a breve tornerò attiva più che mai. Intanto vi anticipo che anche quest’anno, nel periodo estivo, proporrò un corso di inglese, ma che questa volta parlerà di me e di quello che faccio, ma non voglio anticiparvi troppo, almeno per ora.

Per quello che riguarda la newsletter nei prossimi giorni riceverete la solita (io ne ricevo decine al giorno) mail dove vi spiegherò per filo e per segno tutte le bellissime cose che intendo fare con il vostro nome e indirizzo e-mail e nel frattempo cercherò di darle una forma più sensata e appetibile, insomma, qualcosa che si faccia leggere volentieri.

Per finire, per i vari social dove sono iscritta sto elaborando un piano editoriale con contenuti dedicati e, lo confesso, per la parte che riguarda la diffusione dei post del mio blog mi sto ispirando a questo post (diciamo pure che lo sto copiando più o meno para para).

Insomma, il lavoro da fare è ancora molto, probabilmente per chi segue solo il blog cambierà poco (giusto forse qualche argomento in più), ma chi mi segue, o chi deciderà di farlo, su più canali, inizierà a vedere una strategia più coerente e finalmente quando mi cercherà su Linkedin, Pinterest, Facebook o altro, troverà proprio me, che parlo di come posso aiutarlo, grazie ai miei trapani, a fare fori migliori.

Parole, parole

Pot, pan e casserole

pot_pan_casserole


Che siate cuochi professionisti o dilettanti appassionati di cucina, sicuramente saprete che la pentola giusta è determinante per la buona riuscita di un piatto.
Un fondo troppo sottile o il materiale sbagliato possono rovinare irrimediabilmente il miglior arrosto o il vostro speciale sugo per la pasta.

Se decidete di eseguire una ricetta letta su un blog o una rivista inglese, è importante che sappiate esattamente di cosa si sta parlando quando vengono nominate le varie attrezzature da cucina.
Partiamo dall’inizio: il pentolame.
L’insieme di tutte le pentole e padelle della cucina, si chiama pots and pans oppure molto semplicemente cookware, anche se questo secondo termine può includere anche mestoli, schiumarole, spatole e attrezzature varie.

Le pentole si dividono in due gruppi principali: pot e pan.
Le due tipologie di pentole differiscono per l’altezza dei bordi e per il fatto che questi salgono da un fondo più “spiovente” (nel caso delle pot) o più arrotondato (nel caso delle pan). I due tipi differiscono anche per i manici: nelle pot abbiamo due manici corti, mentre nella pan solitamente abbiamo un unico manico lungo (anche se in alcune si può trovare un secondo manico simile a quello della pot). Le pot hanno quasi sempre un coperchio, lid, mentre nelle pan manca quasi sempre.


Pot


Pot è un termine che ha una varietà di significati e solitamente indica un generico recipiente dai bordi alti, viene quindi usato per indicare tanto una pentola, quanto un barattolo, un vaso o persino un boccale.
In linea generale vengono indicate come pot le pentole dai bordi alti con due manici; le classiche sono la stock pot, la pentola per il brodo e la soup pot, la pentola per zuppe e minestre, uguale alla prima, solo un po’ più bassa.

Prendono il nome di pot anche la teapot, teiera, e la coffee pot, la caffettiera. Sulla coffee pot bisognerebbe precisare che indica indifferentemente la caffettiera tedesca o americana, quella con una brocca che serve per fare il caffè lungo per intenderci, che la classica caffettiera per l’espresso. Per fare il caffè all’italiana si utilizza anche la moka pot, per gli amici, mentre chi vuole un termine più tecnico può usare stove-top espresso maker; con espresso maker o coffee maker si indica la macchina da caffè per l’espresso del bar.


tea and coffee


Ma torniamo alle nostre pentole.
Pan è la classica padella, una pentola dal bordo basso (shallow) e con un unico manico lungo (handle).
La frying pan è la padella per friggere; se leggete una ricetta scritta in Amercan english potete trovare anche skillet,  frypan o fry pan.
Simili nella forma, ma diverse per utilizzo la cast iron skillet, una padella in ghisa (cast iron), e la sautè pan, una padella con il coperchio che di solito si usano per rosolare o saltare le pietanze (to sautè).
Una via di mezzo tra una pot e una pan è la suace pan, una padella dai bordi alti con un unico manico lungo che si utilizza per fare salse e sughi (rientra in questa categoria anche quello che mia nonna in dialetto mantovano chiamava, tegin, pentolino, da tegia, pentola).

Nella varietà di pan troviamo anche la griddle pan o grill pan, la classica piastra liscia che in Gran Bretagna viene usata anche per cuocere i pancake, l’hash brown e le uova.
La braiser pan è la pentola per cucinare il brasato, mentre la roast pan serve per preparare l’arrosto.

Con casserole pan indichiamo un piatto da forno dai bordi alti senza manici che serve per cuocere alcuni tipi di stufati come la cassoulet o la shepherd’s pie.
Il termine casserole si usa non solo per la pentola, ma anche per indicare quello che viene cucinato in essa e persino il metodo di cottura a fuoco lento nel forno – anche se non deve essere confuso con lo slow cooking che è un metodo di cottura che utilizza una pentola elettrica, nota anche come crock pot, dal nome del marchio che è passato a indicare in generale questo tipo di cottura.
Anche il termine potful serve a indicare il contenuto della pentola, quello che viene cucinato nella pot. Potful si usa anche per indicare una montagna di roba, anche se non necessariamente solo da mangiare.

Una curiosità: nell’urban dictionary viene riportato un uso dell’espressione pots and pans abbastanza singolare: per indicare una persona povera e, per estensione, qualunque cosa sia legata alla povertà
es. Look at that guy’s jacket, he’s totaly pots and pans.

Spero che questa panoramica fra pentole e padelle vi sia stata utile e scommetto che la prossima volta che dovrete scegliere una pentola per preparare la vostra cena non avrete più dubbi.

Parole, parole

Hunger scale

Hunger scale


Avete presente la famosa pubblicità di cioccolatini, dove una contessa dichiara al proprio autista che la sua non è proprio fame, è più voglia di qualcosa di buono?
Ecco oggi voglio proporvi una panoramica di gradi diversi di fame e di come vengano espressi in inglese.

Partiamo dal più semplice e conosciuto, uno dei primi aggettivi che si imparano in inglese, hungry, che significa molto semplicemente avere fame; I’m hungry, ho fame  – da non confondere con I’m angry, sono arrabbiato.
Hungry può essere utilizzato anche in espressioni figurate come hungry for power, affamato di potere oppure hungry mouth, bocca da sfamare.

Diciamo che invece, come la contessa, il vostro sia più un leggero appetito, un elegante languorino, allora potete dire I’m peckish, ho un po’ di fame.
Se il vostro languorino è più specifico, se avete voglia di un cibo particolare allora potete dire I’m craving for, non dimenticate la preposizione corretta, espressione che può indicare non solo l’appetito fisico, ma anche una brama metaforica, un desiderio disperato per qualcosa di specifico; qualcuno forse ricorderà Doris Day cantare in modo appassionato “still craving your kiss“, bramando ancora un tuo bacio.
Se siete in dolce attesa potreste avere delle food craving, delle voglie, solitamente si parla di voglie di un cibo specifico, che in gravidanza rivelerebbero la necessità del corpo della donna di determinati nutrienti; se queste voglie sono concentrate sul cioccolato, che siate incinte oppure no, allora rientrate nella definizione di chocoholic.

Ovviamente potrebbe anche essere che abbiate davvero fame, allora potreste lanciarvi in un drammatico I’m starving, sto morendo di fame. La particolarità del verbo to starve è che può essere utilizzato sia come verbo intransitivo, patire la fame, che come verbo transitivo, affamare qualcuno (I can’t starve my family, non posso far morire di fame la mia famiglia). Sempre per indicare una fame da lupi, possiamo dire I’m famished, oppure I’m ravenous, sono famelico.

E se invece l’appetito viene scatenato da una pietanza dal profumino paradisiaco o dall’aspetto invitante? Allora potete dire I’m drooling, ho l’acquolina in bocca, dove to drool significa molto poco elegantemente sbavare. Attenzione perché se state sbavando dietro a qualcuno o a qualcosa si dice drooling over anche quando l’azione di sbavare è solo figurata. Però se volete indicare che è il cibo che fa venire l’acquolina in bocca, allora di quel piatto si dice che è mouthwatering, ovvero appetitoso, invitante.

Avete una voglia matta di qualcosa, allora you have a hankering for, e in questo caso non è necessario vi limitiate al cibo, mentre se dite I have the munchies avete una voglia improvvisa di uno spuntino, ma eviterei di usare questa espressione, tipica dello slang, con la vostra mamma o in un contesto formale/ufficiale, perché potrebbe essere anche una fame chimica indotta dalle droghe.

Però se la vostra voglia di cibo è ossessiva, insaziabile in modo patologico, allora potreste essere affetti da sitomania (nome che deriva dal greco e che resta invariato in italiano e in inglese) e che indica per l’appunto una brama ossessiva e insaziabile di cibo.

Alcune di queste definizioni, si trovano anche elencate come disordini alimentari, tant’è che la hunger scale, la scala della fame, viene utilizzata in alcune terapie per individuare e contrastare la fame nervosa.

Avete individuato la vostra fame? Siete chocaholic, oppure siete solo elegantemente peckish?


Altre espressioni:

  • I’m so hungry I could eat a horse – ho così fame che mangerei un cavallo
  • Faint from hunger – svenire dalla fame
  • Ravenous with hunger – non vederci più dalla fame
  • Raging hunger – fame da lupi

 

Riflessioni sparse

Breatharianism

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In questi giorni di abbuffate pasquali dove la mia massima rinuncia alimentare è stata girare al largo dal cioccolato di qualsiasi forma, mi sono imbattuta per caso nella parola breathariani.

Nella variegata giungla di forme di alimentazione senza (free from) che include sia persone che rinunciano a determinati cibi per motivi di salute (es. senza glutine, senza lattosio) sia quelle che rinunciano per motivi etici e religiosi (dai vegani a tutte le varie declinazioni del vegetarianesimo), i breathariani si collocano nella punta estrema: si cibano esclusivamente di aria e luce. Il nome inglese breatharianism, deriva dalla parola breath, respiro, che a sua volta deriva dell’idea induista di prana, il respiro vitale.

Non che l’idea del digiuno sia qualcosa di innovativo o rivoluzionario, si trovano testimonianze di pratica del digiuno sin dalla Bibbia, ma sono sempre forme di digiuno limitato nel tempo, visto che per ovvi limiti medici e fisiologici, non è possibile sopravvivere senza acqua per più di 7-10 giorni, né senza cibo per più di una ventina di giorni, a rischio peraltro non solo della salute, ma anche della vita.

Questa pratica, che nasce dall’ascetismo orientale prevede che i praticanti abituino il corpo a vivere della sola energia vitale che deriva dal prana, la forza vitale che permea il mondo. Lasciando stare la follia di questa idea, con rispetto parlando per i folli, mi interessa di più l’aspetto linguistico: la parola breatharianism viene resa in italiano in due modi: breatharianismo, italianizzando il termine inglese, oppure respirianesimo. Facendo una veloce ricerca con Google possiamo vedere come il secondo termine sia nettamente preferito rispetto al primo, 35.100 risultati contro 4.730.

E voi, avete mai sentito parlare di respiriani o breathariani?