Marcel Proust

Marcel Proust


Anche se non avete mai letto Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, sicuramente conoscete questa citazione delle madeleine. Se vi state chiedendo che dolci siano, sono dei dolcetti molto simili ai plum cake un po’ più burrosi e con deciso sapore di limone. Sono dolci tipici della città di Commercy, nella regione del Grand Est.

Questo passaggio dell’opera di Proust è diventato talmente famoso da aver dato il nome a un fenomeno psicologico conosciuto come sindrome di Proust o effetto Proust, ovvero quando un oggetto, un profumo o qualche elemento della quotidianità fa emergere in modo involontario un ricordo del passato.

Un paio di anni fa una casa editrice francese ha pubblicato la riproduzione di tre versioni del manoscritto di Proust dove si può vedere che inizialmente nel testo si parlava di semplice pane tostato, pain grillé. In seguito il pane tostato diventa un biscotto e infine si “trasforma” nella conosciutissima madeleine.

Ci sono diverse ipotesi sull’origine del nome di questi dolci: secondo alcuni il nome deriverebbe da Maria Maddalena e la forma vagamente a conchiglia sarebbe il simbolo del pellegrinaggio che la Maddalena ha compiuto per evangelizzare la Francia.
Secondo un’altra ipotesi il nome deriverebbe da Madeleine Paulmier, una famosa pasticciera francese del XIX secolo, mentre secondo una terza ipotesi, il nome di Madeleine Paulmier farebbe riferimento a una cuoca che ebbe un enorme successo alla corte di Versailles durante il regno di Luigi XV di Francia che diede personalmente il suo nome a questi dolci.

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Filippo Tommaso Marinetti

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Il padre del movimento futurista italiano è stato un poeta e uno scrittore amante della velocità, un rivoluzionario che ha partecipato attivamente a diverse azioni di guerra, ha avuto un rapporto contrastato con Mussolini e il fascismo e di volta in volta si è allontanato e avvicinato alle idee fasciste, anche se ha sempre rivendicato l’originalità del futurismo rispetto al fascismo.
Tra i tanti testi e manifesti che ha scritto, c’è anche un singolare Manifesto della cucina futurista dove spiega i quattro principi fondanti della cucina interpretata secondo i canoni del futurismo. Inoltre fornisce in undici punti le caratteristiche del pranzo perfetto.

Il primo principio, quello che anima tutta la filosofia culinaria di Marinetti è l’abolizione della pasta.

“La pastasciutta […] lega coi suoi grovigli gli italiani di oggi ai lenti telai di Penelope e ai sonnolenti velieri, in cerca di vento”

La pasta è lenta e genera lentezza, cosa che Marinetti non poteva sopportare. Ma elemento ancora più importante:

“l’abolizione della pastasciutta libererà l’Italia dal costoso grano straniero e favorirà l’industria italiana del riso”

Altro principio fondamentale è lo spazio alla chimica di Stato; Marinetti prevede che il governo fornisca alle persone elementi nutritivi in polvere o pillole per abbassare il costo della vita e dei salari con relativa riduzione delle ore di lavoro. Non bisogna dimenticare che gli anni che hanno portato il fascismo al governo sono stati anni di lotte e disordini sociali perché la classe operaia rivendicava orari e salari più umani.
Ma Marinetti prevede anche il futuro:

“Le macchine costituiranno presto un obbediente proletariato di ferro acciaio alluminio al servizio degli uomini quasi totalmente alleggeriti dal lavoro manuale”

Secondo Marinetti nel tempo libero dal lavoro gli uomini potranno dedicarsi a crescere da un punto di vista culturale ed artistico e a pregustare pranzi perfetti.

Che caratteristiche deve avere un pranzo per essere perfetto?
1) Tavola apparecchiata in modo originale e armonico con sapori e colori delle vivande.
2) Originalità delle vivande.
3) “L’invenzione di complessi plastici saporiti, la cui armonia originale di forma e colore nutra gli occhi ed ecciti la fantasia prima di tentare le labbra”. [cit.]
4) Abolizione di forchetta e coltello.
5) Uso del profumo per favorire la degustazione.
6) Uso della musica, però solo tra un piatto e l’altro, per non distrarre la degustazione.
7) A tavola non si parla, meno che meno di politica.
8) Uso di poesia e musica per sottolineare le caratteristiche di alcuni piatti.
9) Presentazione ai commensali di piatti che non verranno mangiati e che avranno il solo compito di stuzzicare curiosità e appetito dei commensali.
10) Creazione di bocconi con dieci, venti sapori da gustare in pochi attimi.
“Un dato boccone potrà riassumere una intera zona di vita”. [cit.]
11) L’uso di strumenti scientifici in cucina: ozonizzatori, lampade a raggi ultravioletti, elettrolizzatori, mulini colloidali, distillatori e autoclavi sono solo alcuni esempi.

Ma nel concreto che aspetto ha una pietanza preparata secondo la cucina futurista? L’esempio più celebre è il Carneplastico che viene descritto così:

“Il Carneplastico creato dal pittore futurista Fillìa, interpretazione sintetica dei paesaggi italiani, è composto di una grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Questo cilindro disposto verticalmente nel centro del piatto, è coronato da uno spessore di miele e sostenuto alla base da un anello di salsiccia che poggia su tre sfere dorate di carne di pollo.”

Nell’idea di Fillia doveva avere un aspetto del genere:


 

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L’immagine è tratta dal sito Taccuini Storici, cliccando sull’immagine verrete indirizzati al post originale.

 

Attilia Visconti Aparnik

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Nel 1858 a Graz, in Austria, viene pubblicato il primo libro di cucina scritto da una donna: Die süddeutsche Küche di Katharina Prato.

Nel 1893 in Italia ne viene pubblicata la traduzione, a cura di un’altra donna, Attilia Visconti Aparnik, con il titolo: “Manuale di cucina per principianti e cuoche esperte”.

Storicamente le donne nelle cucine importanti rivestivano ruoli umili, marginali, i cuochi degli aristocratici, dei nobili e dei re erano uomini. Con il passaggio dall’aristocrazia alla borghesia, sempre meno famiglie possono permettersi di avere un cuoco e sempre più spesso è la padrona di casa ad occuparsi della cucina, magari con l’aiuto di qualche cameriera. Così nasce l’esigenza di avere dei ricettari che potessero andare bene sia per preparare il cibo di tutti i giorni che i pranzi delle grandi occasioni.
Ecco che nasce un’editoria gastronomica di donne che si rivolgono ad altre donne.

La versione italiana viene preparata scrupolosamente dall’autrice che nella prefazione scrive: “Quando finalmente fu decisa la traduzione testualmente esatta, aveva già riveduto e modificato il testo originale per renderlo più corrispondente agli usi italiani”. Ecco che nella traduzione italiana abbiamo le “braciuoline alla milanese” accanto alla Wiener schnitzel austriaca (per tutti i milanesi, è ufficiale, la cotoletta alla milanese è nata prima, si trovano descrizioni della famosa fettina panata in testi del 1100, che sarebbe stata portata a Vienna da Radetzky).

Il libro era già un successo infatti sempre nell’introduzione l’autrice scrive: “Essendoché dell’edizione tedesca sono in circolazione 140,000 esemplari, si spera che anche la traduzione italiana troverà simile diffusione nel publico, alla cui benevola indulgenza l’affida…”

Nell’introduzione alla quarta edizione del 1901, gli editori scrivono: “[…] speriamo che l’immensa diffusione dell’originale tedesco di questo manuale, di cui oramai furono esitati oltre 200.000 esemplari, ed i massimi premi conferiti al nostro manuale in diverse esposizioni parleranno in favore anche della presente traduzione”.

L’aspettativa nei confronti di questa traduzione era quindi davvero molta. Non bisogna dimenticare che questo è il periodo delle guerre di indipendenza dell’Italia dall’Austria e dagli Asburgo e che i rapporti tra Italia e Austria sono piuttosto tesi. Il testo viene distribuito principalmente tra Verona, Trieste e Padova, e successivamente in tutta la zona settentrionale dell’Italia, infatti queste ricette dove si trova un utilizzo massiccio di burro, erano apprezzate principalmente nel nord dell’Italia.

Il libro è davvero voluminoso, oltre 670 pagine tra preparazioni di base e ricette. Nella parte finale oltre all’indice, si può apprezzare un’ampia sezione dove vengono suggeriti menù per le varie occasioni o per le diverse stagioni. Nella parte iniziale, invece, c’è un vero e proprio glossario con i termini più utilizzati, da concetti semplicissimi come mescolare o impanare (ebbene sì, viene spiegato cosa si intende con mescolare o impanare) a preparazioni un po’ più complesse come la fricassea.

Nella traduzione si possono trovare parole ormai scomparse dall’italiano di oggi, come arnioni (rognoni) e bodino (budino). Nelle ricette si trovano spiegazioni di procedure che oggi hanno un nome completamente diverso: il ghiaccio di zucchero (vernice) e dalla spiegazione direi che corrisponde all’odierna glassa, anche se su alcuni siti ho trovato la dicitura ghiaccio di zucchero, alla confettura di ghiaccio che dalla preparazione assomiglia un po’ al nostro sorbetto. Si trovano poi parole francesi italianizzate, come tramessi, dal francese entremets, ovvero una portata intermedia in un pranzo di più portate (in alcuni dizionari ho trovato che è una portata leggera intermedia, ma deve essere un’accezione moderna, visto che in questa sezione si parla di carni stufate), o parole francesi e basta, come hachée, la carne tritata.

Se siete interessati a leggere il testo integrale potete trovarlo a questo link.

Santa Lucia

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Oggi è Santa Lucia e in molte parti di Italia stamattina i bambini hanno ricevuto regali e dolcetti.

Se vi interessa la storia di questa festa potete leggere il post che ho scritto per l’occasione lo scorso anno, mentre oggi vorrei proporvi una velocissima panoramica di alcuni dolci tradizionali legati a questa festa.

Le immagini sono tratte da Pinterest e cliccandoci sopra verrete indirizzati al post con la ricetta originale.


Occhi di Santa LUcia
Gli occhi di Santa Lucia sono i tipici taralli pugliesi glassati.

Cuccia di Santa Lucia
La cuccìa di Santa Lucia è un dolce tipico siciliano a base di grano cotto e ricotta.

Frolle di Santa Lucia
Le frolle di Santa Lucia sono biscottini tipici di Verona e vengono consumati nella notte tra il 12 e il 13 dicembre.

Pettole di Santa Lucia
Pettole di Santa Lucia, ricetta pugliese costituita da un impasto fritto servito con miele o vincotto.

Lussekatter
I lussekatter sono i tipici dolci svedesi preparati in occasione della festa di S. Lucia.

Tutte le immagini sono di proprietà dei siti da cui sono state tratte e a cui rimandano i link (cliccando sull’immagine stessa). Possono essere rimosse e/o sostituite in qualsiasi momento su richiesta.

Wilma De Angelis



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Alla fine degli anni ’70 verso l’ora di cena a casa mia si cambiava canale, dalla Rai a Tele Monte Carlo, TMC, per vedere le avventure di Samantha, Tabatha e del povero Darrin, protagonisti di Vita da strega, e Telemenù, la prima trasmissione di cucina della televisione.
Vita da strega è conosciuto ancora oggi non tanto e non solo grazie alle repliche che ogni tanto passano in televisione, quanto per la (posso dire orrenda? Ok l’ho detto) trasposizione cinematografica con Nicole Kidman nei panni di Samantha.
Mentre Telemenù è probabilmente caduta nell’oblio anche se è stata una trasmissione incredibilmente longeva: dal 1979 al 1988 come trasmissione autonoma. Dopo il 1988 e fino al 1998 come rubrica all’interno di altri programmi. Non solo Telemenù è stata una trasmissione dalla vita lunghissima, è stato il primo programma televisivo dedicato alle ricette ed è sicuramente il programma che ha influenzato e influenza ancora oggi, tutti i programmi di ricette con presentatrici spadellanti in tv.

La conduttrice di Telemenù non era una cuoca, ma una cantante e showgirl all’epoca molto famosa: Wilma De Angelis.
Nel 1959 fa un ottimo debutto al Festival di Sanremo con la sua versione di Nessuno, ma sarà nel 1961 che ottiene un vero successo con la canzone (eliminata dal festival) Patatina, che viene usata ancora oggi come colonna sonora di alcune pubblicità.
Nel periodo dal 1965 al 1978 la cantate viene più o meno dimenticata e rimane famosa e conosciuta solo in paesi come la Danimarca e i Paesi Bassi.

Nel 1978 partecipa a una serie di programmi televisivi sulle canzoni degli anni ’50 e ritorna ad essere famosa e a incidere dischi. Tanto che nel 1979, quando Paolo Limiti, direttore dei programmi di TMC, decide di produrre un programma di cucina, propone proprio a lei di fare la conduttrice.
Come racconta lei stessa in alcune interviste inizialmente rifiutò, anche perché era una pessima cuoca, ma le fu spiegato che sarebbe stata affiancata da un vero cuoco, quindi lei non avrebbe dovuto fare nulla, si sarebbe dovuta limitare a presentare gli ingredienti in modo “simpatico”.
Con uno stile mai eccessivo e con l’aria da mamma buona, ogni sera presentava una ricetta diversa e ovviamente, essendo TMC una rete commerciale, un prodotto diverso a cui faceva la pubblicità.



Nel 1990 il programma di Wilma De Angelis si sposta all’ora di pranzo e diventa A pranzo con Wilma, dove la ricetta del giorno veniva presentata da un ospite famoso che veniva invitato a cucinare e a farsi intervistare.



Se servisse un’ulteriore dimostrazione che i programmi di cucina che passano oggi in televisione e le relative presentatrici non hanno inventato nulla di nuovo, dal 1988 Wilma De Angelis, forte del successo come esperta di cucina, iniziò a pubblicare libri di ricette che ebbero un ottimo successo.
A pranzo con Wilma durerà fino al 1993 quando la carriera televisiva in cucina della conduttrice si concluderà definitivamente. Tuttavia non termina la carriera di cantante e di scrittrice di libri di ricette (l’ultimo libro è del 2011) e continuerà ad essere invitata in televisione in programmi revival di canzoni degli anni ’50 e ’60 almeno fino al 2010.

Nicolas Appert

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Chiunque abbia mai visto preparare, o prepari in prima persona marmellate o conserve, al termine delle operazioni per mettere le leccornie in vaso si troverà ad avvolgere i vasi in stracci per poi metterli a bollire ben coperti d’acqua.

Questo procedimento si chiama appertizzazione ed è stato messo a punto dal cuoco e inventore francese Nicolas Appert tra il 1795 e il 1810.
Prima dell’invenzione di Appert per conservare i cibi si ricorreva all’essiccazione, all’affumicamento oppure alla salagione, metodi che permettevano la conservazione degli alimenti, ma che causavano la perdita degli elementi nutritivi, cosa che poteva essere problematica nei viaggi in nave, con i marinai sempre a rischio di contrarre lo scorbuto. Altri metodi erano la salamoia o la messa sotto aceto, che non consentivano però la conservazione per lunghi periodi e che alteravano profondamente il sapore degli alimenti.

Il problema della conservazione del cibo si fece pressante nel periodo napoleonico quando c’era l’esigenza di rifornire un esercito numeroso che si spingeva lontano dalla patria. Questo portò il governo francese a mettere in palio 12.000 franchi per chi fosse riuscito a trovare un modo per conservare il cibo senza che questo perdesse il proprio potere nutrizionale e semplice da mettere in pratica.
Nel 1810, dopo quasi quindici anni di esperimenti, Nicola Appert presentò la sua invenzione al governo francese che lo premiò con i 12.000 franchi promessi. Nicolas Appert pubblicò un libro, L’Art de conserver les substances animales et végétales , dove spiegava il suo metodo per conservare gli alimenti, libro che ebbe uno straordinario successo.

Nicolas Appert non capì mai fino in fondo la sua invenzione, perché non sapeva che a uccidere i batteri era il calore, cosa che si scoprì più di cinquant’anni più tardi grazie agli studi di Louis Pasteur. Questo non gli impedì di aprire una fabbrica che chiamò “La Maison Appert” e di produrre per primo alimenti in vasi di vetro. Tuttavia il metodo di Appert era così semplice che fu velocemente copiato un po’ ovunque, tanto che sempre nel 1810 Pierre Durant, un imprenditore inglese di origini francesi, prese in prestito l’idea di Appert e la migliorò, sostituendo le bottiglie di vetro, che avevano la pessima abitudine di rompersi, con delle più robuste lattine di stagno. Nel 1813, saranno altri due inglesi, Bryan Donkin e John Hall, ad aprire la prima fabbrica di cibo in scatola.
Anche Appert, nella sua fabbrica, iniziò ad utilizzare lattine di stagno insieme alle bottiglie di vetro e la sua fabbrica continuò a produrre cibo in scatola fino al 1933, circa cento anni dopo la sua morte.

Inizialmente il cibo in scatola prodotto veniva utilizzato esclusivamente dagli eserciti dei vari paesi, bisognerà aspettare la Seconda Guerra Mondiale prima che l’uso si diffonda anche tra la popolazione civile.

Curiosità 1: per aprire le lattine di cibo in scatola, bisognava essere dotati di una certa fantasia e spirito di iniziativa. Questo almeno fino al 1858, quando fu inventato e brevettato il primo apriscatole da Ezra Warner. Prima le robuste lattine venivano aperte per lo più con martello e scalpello o con robusti coltellacci.

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Curiosità 2: anche se il termine appertization è conosciuto e utilizzato in inglese, è molto più diffuso il termine canning, da can, lattina, barattolo.

Isabel Allende

Isabel Allende


Inizia con questa frase Afrodita di Isabel Allende. Un libro che si propone di far fare al lettore un viaggio tra i sensi alla scoperta degli alimenti considerati afrodisiaci. In Afrodita, Isabel Allende analizza con rigore quasi scientifico, suddivisi per categorie, cibi e bevande e il rapporto che hanno con il sesso e con i cinque sensi. Cibi che stimolano l’amore, cibi che aiutano la fertilità, cibi proibiti (tantissimi e insospettabili come l’avocado, a lungo vietato dalla Chiesa perché considerato peccaminoso), cibi voluttuosi,  e cibi piccanti. Pesce, spezie, carne, frutta, verdura e ovviamente vini e liquori.

“Da qui nasce l’idea di questo libro, un viaggio senza carta geografica attraverso le regioni della memoria sensuale, là dove i confini tra l’amore e l’appetito a volte sono talmente labili da confondersi completamente”.

Il libro termina con una sezione ricca di ricette, ovviamente afrodisiache, che vale la pena provare, anche solo per curiosità. Salse calde e fredde, antipasti, zuppe (che per quanto buone, confesso ho qualche difficoltà a considerare afrodisiache), carni e, ovviamente, dolci al cucchiaio e dessert.
Nell’introduzione alla parte finale, la Allende ci rivela il suo segreto per l’eccitazione amorosa:

“Dopo aver fatto un paio di giri completi del mondo degli afrodisiaci, scopro che l’unica cosa che davvero mi eccita è l’amore”.

George Crum e Joseph Malin

Oggi voglio parlarvi di due signori famosi per aver inventato due piatti diversi, ma con lo stesso nome, che in realtà esistevano già da molto prima che loro li inventassero. Non mi sono spiegata, vero? Ricominciamo.

George Crum era un cuoco che negli anni ’50 lavorava in un locale a Saratoga Springs, nello stato di New York. Il 24 agosto 1853 George Crum si ritrovò a gestire un cliente particolarmente difficile: il cliente aveva ordinato come contorno delle patatine fritte (French fries in inglese americano), ma continuava a rimandarle in cucina sostenendo che erano troppo spesse. Crum esasperato le affettò sottili, sottili e le mise a friggere, quindi le salò abbondantemente e le servì al cliente. Quello che doveva essere un dispetto a un cliente esasperante sì rivelò l’inizio di un’industria fiorente: quella delle patatine fritte (potato chips, chips per gli amici, in inglese americano). In realtà George Crum non sembra aver inventato nulla di veramente nuovo, perché una ricetta per “le patate a fettine fritte” si trova in un libro di cucina pubblicato nel 1817 molto diffuso sia in Inghilterra che negli Stati Uniti: The Cook’s Oracle. Evidentemente però la storia di George Crum era molto più interessante, soprattutto dal punto di vista di chi, intorno al 1910 si trovò a pubblicizzare le prime patatine in sacchetto, anche perché George Crum era un cuoco piuttosto famoso e quindi il richiamo pubblicitario del suo nome fu certamente maggiore.


chips


Sette anni più tardi, nel 1860, a Londra Joseph Malin aprì il primo chippy o chipper, come vengono chiamati oggi i negozi di fish and chips (nell’inglese britannico le chips equivalgono alle French fries americane, solo un po’ più spesse). Se a Joseph Malin va attribuita l’idea di fare del fish and chips un piatto da asporto, non gli si può certo attribuire l’invenzione del piatto. L’idea di un piatto a base di pesce infarinato e fritto proviene dalla tradizione ebraica di matrice spagnola, il pescado o pescaito frito.  Il pesce (nello specifico merluzzo o eglefino) del fish and chips non è infarinato, ma pastellato, però il principio è lo stesso. Cosa ha reso questo piatto semplice uno dei piatti nazionali inglesi? La semplicità e, soprattutto il costo molto popolare, che l’hanno reso il piatto per eccellenza dei pranzi della classe operaia.

Riepiloghiamo un po’ i nomi, giusto per non fare confusione:
quelle che gli americani chiamano chips (le patatine fritte dei sacchetti) per gli inglesi sono le crisps. Mentre quelle che gli americani chiamano French fries, (le patatine fritte da friggitrice, per intenderci) per gli inglesi sono le chips. Semplice, no?

Adolf Putscher

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Chissà se è questa la prima immagine di Mantova che ha visto il pasticciere Adolf Putscher quando, arrivando dalla Svizzera con la famiglia, ha deciso di stabilirsi nella città di Virgilio.
Alla fine dell’Ottocento sono numerose le famiglie svizzere e tedesche che si stabiliscono a Mantova, e sono per lo più famiglie di pasticceri: Putscher, Schumacher, Padret e molti altri, si fanno presto conoscere in tutta la città e provincia.


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Il nome della famiglia Putscher è legato alla nascita del dolce tipico del Natale mantovano: l’anello di Monaco. Sin dalla fine dell’Ottocento, a Mantova non c’è Natale senza anello di Monaco. Questo dolce è una specie di panettone ammaccato con il buco al centro come una ciambella. Ma la magia sta nel ripieno costituito da una farcia di marmellata, mandorle e nocciole tritate, zucchero e un po’ di rosolio, in alcune versioni al trito di frutta secca vengono aggiunti anche i marroni. Il tutto rivestito da una glassa di zucchero. Molto più ricco di burro di qualsiasi pandoro, questo dolce si rifà alla tradizione dolciaria tedesca e deriva da dolci come il Kugelhupf e il Nusskranz, probabilmente troppo difficili da pronunciare per i cittadini di Mantova e alla fine si è optato per il più semplice Anello di Monaco.

Tutto così semplice? In realtà no, sulla nascita dell’anello di Monaco ci sono teorie alternative. Secondo qualcuno il vero nome di questo dolce sarebbe anello del Monaco a testimonianza del fatto che questo dolce è nato in un monastero (presumibilmente presso l’abbazia del Polirone). Secondo altri non avrebbe senso parlare di pasticceri svizzeri che producono dolci simil tedeschi (perché no dico io) e il nome testimonierebbe la presenza a Mantova di pasticceri bavaresi, che evidentemente hanno preferito mantenersi anonimi in mezzo a tutti i pasticceri svizzeri. Infine secondo altri questo dolce è stato sì inventato da pasticceri svizzeri, ma i mantovani, ignoranti, ritenendo che Monaco di Baviera fosse in Svizzera, gli hanno dato il nome che tutti conosciamo.

Sia come sia, l’anello di Monaco è buonissimo e vale la pena assaggiarlo almeno una volta nella vita (magari leggermente tiepido, per sentire meglio il burro e tutti gli aromi). Se non avete occasione di capitare a Mantova durante le festività natalizie non preoccupatevi, infatti se è vero che questo dolce ha ottenuto il riconoscimento P.A.T., quindi quello autentico può essere gustato solo a Mantova e provincia, è altrettanto vero che nelle pasticcerie mantovane ormai si trova praticamente tutto l’anno.

George Bernard Shaw

G.B. Shaw


La cosa che mi ha incuriosita di più su George Bernard Shaw e il suo rapporto con il cibo, è che si possono trovare tantissime sue citazioni sul cibo, alcune davvero molto famose, ma è molto difficile trovare testi scritti da lui o su di lui che parlino del suo rapporto con il mangiare.


G.B. Shaw_vegetarian


Apparentemente l’unico testo che parla di questo argomento è un libro di ricette vegetariane scritto dalla sua cuoca, Alice Laden. Per certo si sa che sin da ragazzo è stato vegetariano, che era golosissimo di dolci, che teneva il peso sotto rigorosissimo controllo e che grazie o nonostante queste sue abitudini ha vissuto in perfetta salute fino all’età di 94 anni. The George Bernard Shaw Vegetarian Cookbook, è il titolo della raccolta di ricette vegetariane curata dalla sua cuoca (qui potete trovare una bella e completa recensione).


G.B. Shaw _ cose belle


Una curiosità: la frase che più spesso viene attribuita a G.B. Shaw, “le cose belle della vita sono immorali, illegali o fanno ingrassare”, non è detto che sia effettivamente sua. Infatti questa citazione viene attribuita anche a Alexander Woolcott, un critico e giornalista del New York Times contemporaneo di G. B. Shaw, famoso, oltre che per i suoi articoli dalla pungente ironia, per aver ispirato il personaggio di Sheridan Whiteside nella commedia The Man Who Came to Dinner by George S. Kaufman and Moss Hart, ambientata proprio nel periodo natalizio.