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Star fruit

star fruit


Ecco un frutto che richiama l’estate: la carambola, conosciuta nei paesi anglofoni con il nome di star fruit, frutto a stella, perché la sezione di questo frutto tropicale ha una forma che ricorda una stella a cinque punte. Di un bel giallo brillante, questo frutto ama i climi caldi, si trova quindi nei paesi tropicali e zone particolarmente calde. In Italia viene coltivato quasi esclusivamente in Sicilia, dove si può trovare abbastanza facilmente anche in commercio, mentre nel resto d’Italia è già più difficile da trovare.
È un frutto ricco di vitamina C e sali minerali, ha poche calorie e viene usato prevalentemente nelle macedonie o per le decorazioni di dolci e cocktail.


carambola


Il nome carambola deriva dal portoghese che a sua volta deriva dal termine sanscrito karmaphala. Pare che questo frutto, che ormai si trova in numerosi paesi, dal sud-est asiatico all’America centro-meridionale e anche in alcuni paesi dell’Africa, sia originario dell’India, poi diffusosi in Cina da dove, già più di 2.000 anni fa, sarebbe giunto a Roma attraverso la “Via della seta”.


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Questo frutto è interamente commestibile: buccia, polpa e semi. La carambola, grazie alla sua dolcezza, può essere mangiata da sola, nelle macedonie di frutta, bevuta sotto forma di succo, cotta in torte e crostate, usata per preparare marmellate e chutney.
Tuttavia in molte ricette indiane o asiatiche, si può trovare anche come ingrediente di stufati e ricette a base di curry, oppure come accompagnamento di piatti a base di pesce e crostacei.

Il nostro frutto alieno di oggi profuma proprio di estate.
Personalmente sarei curiosa di provarlo con un bel piatto di crostacei alla griglia, e voi?

 

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Momordica Charantia

 

momordica charantia


La momordica charantia merita sicuramente l’appellativo di frutto alieno.
L’aspetto e la forma singolare oltre alle numerose protuberanze non contribuiscono certo a conferirgli l’aria di qualcosa di appetitoso da mangiare. Se poi pensate che è considerato uno dei frutti più amari della terra, ecco che immediatamente ci si domanda cosa possa spingere le persone ad assaggiarlo. Conosciuto Italia come zucca amara, o melone amaro (bitter melon), la momordica è il frutto di una pianta rampicante che può raggiungere i 5 metri di altezza. Originario dell’India è stato esportato in Cina nel XIV secolo per poi diffondersi in tutto il sud-est asiatico. Oggi si trova, nelle sue diverse varietà, in India, Cina, Corea, Giappone, Indonesia, Filippine e Nepal.

È conosciuto con molti nomi, cosa che testimonia la sua diffusione in molte nazioni: in India è chiamato karela, kūguà in Cina, Yeogū in Corea, nigauri in Giappone e ampalaya nelle Filippine.

Le tante varietà differiscono per la forma e per l’amarezza dei frutti.

bitter melon
Varietà cinese

Il frutto acerbo è di colore verde, più o meno scuro, con la polpa bianca e morbida, molto simile a un cetriolo. Solitamente viene consumato proprio quando è acerbo, perché è il momento in cui è meno amaro. Da maturo il colore del frutto varia da giallastro a marroncino e la polpa tende a essere più dura.

 

Anche se viene solitamente cucinato come fosse una verdura, la momordica charantia è un frutto. Questo frutto viene consumato principalmente cotto, quando i frutti sono ancora verdi perché, come già detto, è il momento in cui sono meno amari.
Del melone amaro non viene consumato solo il frutto, ma anche le foglie.
Il modo migliore per gustarlo è fritto: viene tagliato a rondelle, dopo aver eliminato tutti i semi viene messo sotto sale per circa un ora, quindi lavato sotto acqua corrente e asciugato, infine viene fritto in abbondante olio (un po’ come le melanzane).
Nella cucina tipica dell’India settentrionale, viene consumato accompagnato da una salsa allo yogurt o con il curry, questo per attenuarne l’amarezza. Nella cucina dell’India meridionale, invece, viene più spesso accompagnato al cocco, grattugiato o arrostito.
Nella cucina indiana, può essere uno degli ingredienti di un piatto chiamato Pachadi (che indica genericamente qualcosa che è stato pestato o battuto): questo piatto si prepara con vari tipi di verdure, yogurt, cocco, zenzero, curry, viene condito con senape e servito accompagnato da riso bollito.

Momordica_charantia
Varietà indiana matura

Alimento molto versatile in cucina, è un ingrediente della fitoalimurgia, un tipo di alimentazione che prevede il consumo esclusivo di cibi che crescono spontanei in natura. Non solo, per l’incredibile ricchezza di nutrienti e per lo scarsissimo apporto calorico (solo 17 kcal per 100 grammi), viene consigliato nelle diete dimagranti.

È anche un elemento della medicina ayurvedica a cui vengono riconosciuti incredibili proprietà terapeutiche, la maggior parte delle quali non ancora scientificamente dimostrate. Certo è che la polpa amara lo rende un buon alimento per chi ha problemi di glicemia elevata o diabete (è un ipoglicemizzante), ha proprietà immunostimolanti ed è un disinfettante naturale, usato non solo per le persone, ma anche in ambito agricolo come antiparassitario vegetale. Per il resto l’elenco delle proprietà è molto lungo, e probabilmente abbastanza fantasioso, e spazia dalla capacità di curare alcune malattie cardiache a proprietà antitumorali, insomma un vero cibo miracoloso.

Spero che la momordica charantia abbia colpito voi come ha colpito me.
Quindi, siete pronti ad assaggiare il frutto più amaro del mondo?

 

 


Immagine di copertina di: Anubrata29 – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57172358
Immagine varietà cinese: fonte Wikipedia
Immagine frutto maturo di: H. Zell – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10702200
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Finger lime

finger lime


Il frutto di oggi arriva direttamente dall’Australia: il finger lime, nome scientifico citrus australasica. Questo agrume deve il suo nome alla forma dei frutti, che ricordano vagamente la forma delle dita. La particolarità di questo frutto sta nel suo interno: la polpa e il succo di questo agrume, si presentano sotto forma di piccole sfere gelatinose, che ricordano il caviale. Non a caso in Italia questo frutto è conosciuto come limone caviale o caviale vegetale. Le vescicole hanno un colore che varia dal bianco al rosso,  dal verde e al marrone. Nonostante la grande varietà di colori, la pianta è sempre la stessa e il sapore è identico indipendentemente dal colore della polpa.

Anche se ha un aspetto stravagante il limone caviale è una pianta selvatica, non è frutto di ibridazioni e non è un ogm. Ed è proprio grazie al suo aspetto che questo frutto è diventato famoso, infatti, dopo essere stato scoperto in Australia, dove non è particolarmente diffuso, ha riscosso un certo successo in Europa dove è subito piaciuto per le possibilità di utilizzo nella guarnizione di pietanze e cocktail.

Mi fa un po’ sorridere la definizione di “caviale per vegani” che si trova in certi articoli (qui e qui),  visto che, aspetto a parte, il sapore non ha nulla a che spartire  con alcun tipo di uova di pesce e certamente il caviale vero non è apprezzato perché ha una forma simpatica. In compenso il caviale di storione e il caviale limone hanno in comune il prezzo davvero elevato, infatti il caviale di limone può costare fino a 200 euro al chilo.

In Italia nonostante si parli di improvviso e fulminante amore degli chef per questo frutto, non è ancora così facile da trovare, nemmeno nei negozi di frutta esotica; in compenso se avete il pollice verde, è piuttosto semplice da coltivare, infatti, acquistando le piantine in rete, potete tranquillamente coltivare questa pianta anche in vaso.

Anche se viene usato principalmente per decorare le pietanze e come sostituto del limone, devo ammettere che ho trovato diverse ricette molto interessanti contenenti questo ingrediente. Ovviamente essendo un agrume dal sapore di limone, ho travato tante ricette con il pesce, spesso crudo, ma ci sono anche dei dolci dall’aspetto goloso.
Ecco quelle che mi hanno colpita di più, ordinate in un ideale menu: partiamo da un antipasto a base di capesante, ricetta di un famoso chef di San Francisco, David Bazir-gan;  sostituiamo il classico primo di pasta con una bella insalata di quinoa e magari si può provare con questo condimento a base di limone caviale oppure si può passare direttamente a un bel piatto a base di tonno crudo; per finire in dolcezza cosa c’è di meglio di una bella cheesecake? Questa è un po’ alcolica, ma cos’è la vita senza un po’ di spirito? Comunque se come me siete astemi, potete sempre sostituirla con questa cheesecake alle fragole e aggiungere un po’ di limone caviale per guarnire a dare un po’ di sapore.

Buon appetito.

 

 


Immagine di: By Ivar the Boneful – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=68266877
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Chayote

Chayote


Questo strano frutto tropicale è una cucurbitacea, quindi un parente di zucche, cetrioli e meloni, di origine messicana. A parte l’aspetto insolito, una cosa che mi ha colpito moltissimo è l’incredibile varietà di nomi con cui è conosciuto: zucchina spinosa, melanzana spinosa, zucco spinoso, pera spinosa, sechio, chow-chow, chuchu, pera zucchino, pipinola, zucca centenaria o melanzana americana, solo per citarne alcuni; il mio preferito è sicuramente “lingua di lupo“.
Probabilmente è meglio identificarlo con il suo nome scientifico: sechium edule.

Come dicevo, è un frutto di origine messicana che è stato scoperto dagli spagnoli durante la conquista delle Americhe che in seguito l’hanno prima diffuso in tutto il Sud America e successivamente portato in Europa. Il suo nome spagnolo è chayote e deriva dalla parola azteca chayutli.

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Di fatto è una specie di zucchina dal sapore dolciastro che ha la caratteristica di essere completamente commestibile: frutto, foglie, germogli e tuberi.
Può essere mangiato cotto: stufato, arrostito, fritto, ma pare che il massimo sia saltato in padella. Il frutto vero e proprio, come le zucchine, può anche essere mangiato crudo in insalata condito con succo di limone o lime. I germogli vengono consumati come gli asparagi e le foglie come gli spinaci. I tuberi possono essere consumati fritti come le patate, mentre le radici posso essere conservate sott’olio o sott’aceto.

Anche se è originario del Messico, oggi il maggior esportatore di questo frutto è il Costarica. Tuttavia viene coltivato anche in Italia, principalmente in Puglia.
La caratteristica di questo frutto è di non avere semi veri e propri, ma tutto il frutto, interno ed esterno, è di fatto il seme, che per la coltivazione viene piantato per metà nella terra.
Esistono diverse varietà di questo frutto, ma la più particolare è quella bianca chiamata piruleo.

È un alimento poco calorico e ricco di vitamina C, delle vitamine del gruppo B e K e di acido folico e come spesso accade per la frutta esotica, viene considerato un alimento “miracoloso” dalle incredibili proprietà benefiche (nessuna di queste dimostrata scientificamente), che vanno dalle proprietà antinfiammatorie a quelle diuretiche e di pulizia per i reni, alla capacità di ridurre l’ipertensione alle proprietà antitumorali.
Ma quello che lo rende più famoso come ingrediente è lo scarso apporto calorico che lo rende protagonista di numerose diete dimagranti.

Se volete sperimentare qualche ricetta in Italia si trova solitamente nei negozi di alimentazione biologica o di frutta esotica.

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Salak, il frutto serpente

salak


Il salak (salacca zalacca), viene chiamato frutto serpente per via della buccia caratteristica che assomiglia, appunto, alla pelle di un serpente.
È un frutto originario dell’Indonesia, di Giava e Bali, ma ormai è molto diffuso in tutto il sud-est asiatico, fino alla Thailandia e all’Australia.
Nasce da una specie di palma non molto alta (max 6 metri) che ha foglie molto grandi, larghe fino a 2 metri. Il salak è grande più o meno come un fico, anche se le dimensioni possono variare anche molto in base alla tipologia, e ha la polpa bianca o gialla racchiusa da una pellicola, che deve essere eliminata per poterla mangiare.


salak, cluster


La buccia del salak, oltre ad assomigliare alla pelle di un serpente, è ricoperta di spine, cosa che rende questo frutto non proprio piacevole da pulire. In Indonesia viene venduto come cibo di strada (street-food) già sbucciato e pulito.

La polpa del salak può essere consumata non solo cruda, ma anche essiccata, bollita, fritta, caramellata, trasformata in chutney e come ingrediente di numerose ricette, tra cui insalate e torte.

Ci sono diverse varietà di salak, alcune anche molto pregiate: il salak gula pasir, il salak pondoh e il salak balinese, solo per citare le più note.
Il salak gula pasir è la varietà più pregiata. Il frutto è più piccolo degli altri tipi, molto dolce e viene utilizzato per produrre il vino salak (salak wine) che opportunamente fermentato e invecchiato raggiunge una gradazione del 13,5%.


salak


Vi lascio con due ricette da utilizzare per provare questo frutto: la salak cake e un’insalata adatta anche ai vegani.

E voi, avete mai provato il frutto serpente? Oppure avete assaggiato il vino di salak?
O magari avete creato qualche ricetta con questo stranissimo frutto come ingrediente. Scrivetelo nei commenti.

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Banana

banana


Mentre sto scrivendo questo primo post estivo, vi vedo. Vedo lo sconcerto sul vostro viso e immagino stiate pensando: ” Carina l’immagine, ma prima ci prometti post su frutta e verdura spettacolari, addirittura di provenienza aliena, e poi parti con la banana, il frutto più comune e banale di tutti? Dai, siamo seri!”.
Armatevi di pazienza e vedrete come questo frutto all’apparenza così ordinario in realtà abbia una storia davvero originale e ricca di curiosità linguistiche e non.

Partiamo dal nome: il nome banana deriverebbe dal termine arabo banan, che significa dito; questa etimologia è stata ampiamente accolta in inglese tanto che un casco di banane, quello che solitamente si trova sull’arbusto o all’ingrosso, è costituito da 3 a 20 file chiamate hand of bananas, mani, il grappolo (formato 3 a 8  banane) che troviamo nei supermercati o dall’ortolano si chiama cluster e la singola banana viene chiamata finger, dito.
Il nome scientifico secondo la classificazione di Linneo è “musa sapientium” ovvero il frutto/cibo dell’uomo saggio (dall’arabo mūza, frutto). Alcuni studiosi ritengono che il vero frutto proibito del paradiso terrestre fosse in realtà una banana, ma tra i candidati ci sono anche il fico e il dattero, tutta frutta proveniente dal Medio Oriente. L’idea della mela sarebbe “un’invenzione” di qualche traduttore rinascimentale che ha confuso malum (male) con malum (melo), a imperitura dimostrazione che il traduttore si vede solo quando sbaglia.

Esistono un numero incredibile di tipi di banana, si stima tra i 300 e i 1.000. La difficoltà nel determinare il numero è data dal fatto che lo stesso frutto in paesi diversi (e a volte anche all’interno dello stesso paese, ma in regioni differenti), viene chiamato con un nome diverso, cosa che rende complicato stabilire di preciso quanti tipi di banane ci siano. Per comodità oggi si distingue tra due grandi famiglie: musa acuminata a cui appartengono le classiche banane gialle che vediamo ogni giorno nei negozi e ogni altro tipo di banana che può essere consumata cruda, e la musa balbisiana a cui appartengono i platani e tutte le varietà che devono essere consumate cotte.

Insieme alla mela, la banana è uno dei frutti più antichi e diffusi, si stima che fosse regolarmente conosciuta nei paesi del sud-est asiatico già nel 5000 a.C.; si trova il primo riferimento alle banane in testi buddisti del 600 a.C.. Secondo gli studiosi è stata portata in occidente (Grecia e Macedonia) da Alessandro Magno, che è il primo occidentale a nominarla in un testo scritto nel 327 a.C.. Le prime coltivazioni di banane sono ad opera dei cinesi e i primi a commerciarle gli arabi che le portarono prima in Africa dove fu scoperta dagli esploratori del ‘500 che la portarono in America Latina per approdare successivamente, nel periodo Rinascimentale, sulle tavole dei re e dei nobili d’Europa.
Oggi è uno dei frutti più diffusi ed è coltivata in ben 150 paesi dall’estremo oriente al Sudamerica; il maggiore produttore è l’India che ogni anno ne produce più del 25% del totale mondiale. L’India, insieme al Brasile e all’Ecuador, produce quasi il 75% delle banane sul mercato internazionale, mentre i maggiori importatori, insieme all’Europa, sono gli Stati Uniti e il Giappone, negli ultimi due le banane hanno risvegliato un improvviso interesse grazie alla popolarità della Morning banana diet, la dieta della banana, che consiste nel mangiare una banana a colazione e più o meno quel che si vuole il resto della giornata.

Si parla impropriamente di albero delle banane, infatti il frutto cresce su un’erba gigante alta tra i 7 e i 15 metri. In realtà non è nemmeno un frutto, ma una bacca che cresce a testa in giù e non si riproduce tramite semi (che sono quei puntolini neri che si vedono all’interno delle banane), ma per propagazione o per clonazione.
Per pura decisione commerciale, delle miriadi di tipologie di banane, nel 1834 William George Spencer Cavendish, duca del Devonshire, clonò con successo la banana che tutti noi europei conosciamo e che porta il suo nome, e la riprodusse migliaia di volte. La scelta cadde su questo tipo di banana perché è la più resistente al trasporto e perché immune a un fungo parassita che attaccava le banane dell’epoca. In quanto frutto di una clonazione, le banane che noi vediamo nei negozi, hanno tutte lo stesso patrimonio genetico, sia che le compriamo in Italia, sia che le compriamo in qualunque altra parte del mondo, e sono geneticamente uguali a quelle che Lord Cavendish produsse nel 1834. Questa unicità genetica, che è stata il punto di forza per la diffusione delle banane Cavendish, oggi è la sua più grande debolezza. Infatti questo significa anche che tutte le banane della specie Cavendish hanno un unico sistema immunitario e che il parassita, un fungo detto malattia di Panama, che oggi sta decimando le coltivazioni in Asia e in Africa (si parla di un calo nella produzione del 40%), potenzialmente può decimare anche quelle di Europa e America Latina. Dan Koeppel, autore di “Banana: The Fate of the Fruit That Changed the World”, ipotizza l’estinzione delle banane Cavendish, esattamente come è successo al tipo Gros Michel nell’Ottocento, attaccata da una variante del fungo della malattia di Panama e oggi completamente estinta. Gli scienziati sostengono che l’unico modo per salvare le banane dall’estinzione sia abbandonare la monocoltura.

Il che significherebbe doversi abituare a banane che da noi sono completamente sconosciute,

Banana red
Banana rossa

come le banane Lacatan, diffuse nelle Filippine, più grandi e dalla buccia più dura rispetto alle nostre, quando sono mature assumono una tonalità leggermente aranciata.
Oppure le banane red, note anche come banana di Cuba, dalla buccia rossa e la polpa rosata. Le lady finger, australiane, più piccole e più dolci delle Cavendish. Oppure le Pisang Raja, altra varietà di banane rosse, note in Indonesia perché utilizzate per preparare le banane fritte. Ci sono poi le blue Java, dette anche ice-cream bananas, le banane gelato, molto dolci e tipiche delle Hawaii, che devono il loro nome al colore blu chiaro della buccia.

Come vedete, le nostre banane hanno una storia più complessa e un futuro più incerto di quello che generalmente pensiamo. E voi, dovendo scegliere delle banane più esotiche delle nostre classiche gialle verso cosa vi orientereste? Le banane rosse o quelle blu? Personalmente un pensierino sulle banane fritte lo farei, magari con un po’ di gelato.

Summertime

Finalmente estate

post cover


Personalmente non amo particolarmente l’estate, ma pare che sia l’unico periodo dell’anno che tutti aspettano con ansia, quindi mi sono adeguata cercando di infondere una ventata di ottimismo nel titolo.

Parlando di estate negli ultimi anni ho sempre scelto un filo conduttore per il periodo estivo. Quest’anno ho pensato a una serie di 20 post che vi parlerà di frutta e verdura “aliena”, ovvero che colpisce per l’aspetto insolito, alcuni sembrano proprio alimenti venuti direttamente da un altro pianeta.
Alcuni di questi vegetali insoliti, in realtà frequentano abitualmente le nostre cucine, ma magari hanno parenti più o meno lontani, dall’aria un po’ singolare (e chi non ha almeno un parente un po’ strambo alzi la mano), altri sono veri e propri sconosciuti, almeno nelle nostre cucine.
Di questi alimenti vi parlerò della loro storia, da dove vengono, se hanno “parenti” che conosciamo bene e magari vi proporrò qualche ricetta, che come al solito pescherò su Pinterest, (vi ho già confessato che navigare su Pinterest è una mia grande passione, vero?).

Una serie di 20 post che pubblicherò dal 26 giugno fino al 31 agosto due volte alla settimana, il martedì e il venerdì: vi aspetto.
Del resto lo dicono anche al telegiornale: in estate bisogna consumare abbondante frutta e verdura, perché non approfittare per scoprirne di nuova?

Parole, parole

Cornstarch

Cornstarch.png


Se vi capita di leggere (o tradurre) ricette americane, ci sono buone probabilità che nella lista degli ingredienti troviate elencato il cornstarch, ovvero l’amido di mais.

L’amido di mais viene generalmente utilizzato come agente addensante per salse, sughi e zuppe. Non so voi, ma io non ho l’abitudine di utilizzare amido di mais in cucina, quindi la prima volta che mi sono trovata a tradurlo ero un po’ in difficoltà perché non capivo di preciso che cosa fosse, anche perché fra le altre possibili traduzioni si trova anche fecola di mais e farina di granturco. Poi ho scoperto che una delle soluzioni possibili era anche maizena e lì mi si è accesa una lampadina. Perché per quanto io non sia esattamente brava a fare le torte, la maizena l’ho usata proprio come ingrediente nella preparazione di questi dolci. Il problema per me nasceva dal fatto che il nome Maizena è un marchio, quindi sono stata abbastanza indecisa se usarlo o meno, anche perché non avevo la certezza che fosse facilmente riconoscibile per tutti come per me.

Per una volta ho pensato di fare un esperimento sul campo per capire quale scelta fosse la soluzione migliore.
Visto che vicino a casa ho solo l’imbarazzo della scelta di supermercati, ho provato a vedere quale resa fosse quelle più facile da capire.
Così sono andata in quello più grande vicino a casa e ho chiesto alla ragazza del reparto, se mi sapeva indicare l’amido di mais e mi sono sentita dire che non sapeva cosa fosse. Quando ho specificato che cercavo la maizena mi ha regolarmente indicato quello che volevo. Ovviamente non è scienza, ma questo mi ha spinta ad approfondire la possibilità di usare maizena per rendere in italiano il termine cornstarch.

Se si guarda su uno dei maggiori siti italiani di ricette, maizena è decisamente più utilizzato di amido di mais. Facendo una rapida ricerca su Google si otterranno 1.100.000 risultati per amido di mais e 6.360.000 per maizena, da notare che solo in rari casi, e quando si fa riferimento proprio al marchio della Unilever, la parola maizena è scritta con l’iniziale maiuscola, questo a indicare che anche se è il nome di un marchio, ormai questo è diventato popolare, o meglio, è un eponimo proprietario, cioè un marchio entrato nell’uso comune che viene usato per indicare una categoria di oggetti (un altro esempio sono i kleenex o la brugola).

Il termine maizena deriva dallo spagnolo (del Messico) maicena, ovvero l’amido del mais. Da notare che in inglese per indicare il mais si possono usare indifferentemente le parole maize e corn, ma non mais che è italiano.
Per quanto perfettamente intercambiabili, la parola maize è più diffusa negli Stati Uniti e deriva da “mahiz”, che significa mais nella lingua taino, una popolazione amerinda del Sud America. Mentre corn è più diffusa in Gran Bretagna e deriva dalla parola germanica “kurnam”.

Termino con un’ultima nota linguistica (anzi due): all’inizio del post facevo riferimento alle ricette americane, perché il termine cornstarch viene usato prevalentemente negli Stati Uniti, mentre in Gran Bretagna solitamente si usa la parola corn flour, da non confondere con la farina gialla per la polenta, cornmeal (mentre polenta resta tale anche in inglese).
Fin qui niente di strano, non fosse che negli Stati Uniti con corn flour si indica la farina gialla, cornmeal, proprio lei, quella per preparare la polenta, in una varietà macinata molto finemente.

La differenza tra l’amido di mais e la farina gialla, sta nel fatto che il primo viene ricavato dalla macinatura di una parte del chicco di mais (l’endosperma), mentre la farina gialla viene ottenuta dalla macinatura di tutto il chicco di mais.
In cucina l’amido di mais può tranquillamente essere sostituito con l’amido di frumento, con la differenza che il primo non contiene glutine, qualità che lo rende adatto per gli alimenti per celiaci. Altro amido con proprietà simili è la fecola di patate.

E voi, cosa usate più spesso, il termine amido di mais o maizena? Conoscete varianti, magari regionali, con cui indicate questo ingrediente?