Munchies

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Qualche anno fa nella pubblicità di una nota azienda produttrice, tra le altre cose, di cioccolatini, una contessa recitava: “la mia non è proprio fame, è più voglia di qualcosa di buono”. Ecco quella sensazione improvvisa di voler qualcosa di buono, in inglese si chiama munchies, parola tipica dello slang che indica, per l’appunto, una voglia improvvisa di uno spuntino, un languorino.
Munchies è una parola che esiste solo al plurale e può indicare sia la sensazione, il languorino citato sopra, che gli snack che si mangiano (per lo più indica il junk food, popcorn, patatine e dolcetti vari).  Deriva dalla parola munch e probabilmente nasce da un’onomatopea (qui).
La parola munchies è talmente diffusa e conosciuta che è stata utilizzata anche da alcuni marchi produttori di snack (qui), da un sito del settore alimentare, da un programma televisivo, e ha dato anche il titolo a una canzone; meno diffusa deve essere la consapevolezza che indica anche la fame chimica che deriva dall’uso di alcune droghe.

 

Momento di auto-celebrazione

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Oggi voglio lanciarmi in un brevissimo (promesso) momento di auto-celebrazione:
questo blog ha superato i

500 followers

il che non fa certo di me una influencer, ma mi riempie di immensa soddisfazione.

Come regalo per i miei lettori ho deciso di dare la possibilità, a chiunque lo desideri, di proporre un argomento per un post (l’autore della proposta sarà poi opportunamente indicato), potete scriverlo nei commenti di questo post o sulla mia pagina facebook.
Unica regola: deve essere in tema con il blog, quindi deve riguardare il settore alimentare e/o la lingua inglese. Se avete curiosità, dubbi, o se volete semplicemente sfidare le mie conoscenze e/o capacità di ricerca, questo è il vostro momento.
Unico limite: la vostra fantasia.

Presto che è tardi!

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In questi giorni assomiglio proprio al Bianconiglio e corro come una pazza ripetendomi che Sono in ritardo! In arciritardissimo! Infatti mi stanno piovendo sulla testa attività di ogni tipo. Non mi lamento, ci mancherebbe, però, al solito, ne fa le spese il mio povero blog, che si vede messo in secondo piano e la mia bella programmazione dei post se ne va a pallino.

Avevo promesso che avrei pubblicato un post sulla mia visita al Seeds and Chips di Milano all’inizio di questa settimana, ma la settimana si è quasi conclusa e sono ancora ben lontana dall’averlo finito.

Così mi scuso per il ritardo, rimando l’uscita del post alla prossima settimana, prometto di pubblicarlo mercoledì 24 e questa volta manterrò la promessa.
Uh, poffare poffarissimo! È tardi! È tardi! È tardi!

 

 

Batch cooking

Batching cooking


Vi è mai capitato di cucinare in una volta sola tutto il cibo per i pasti di una settimana? Se sì sappiate che avete fatto quello che in inglese si chiama batching cooking.
Se da un lato il concetto è molto semplice, dall’altro trovare un’espressione italiana adeguata a rendere questo concetto non lo è altrettanto.
La proposta che si trova più spesso è cucina in serie, espressione che non mi piace molto perché non rende per intero il concetto, inoltre ha un che di industriale che trovo abbastanza lontano dall’idea del cucinare in casa. In generale quando si parla di produzione in serie si pensa a qualcosa che viene prodotto in grandi quantità e sempre uguale, ma il batch cooking non è solo questo. Può essere considerato batch cooking il preparare una grossa quantità di un alimento da suddividere in porzioni e congelare per poi essere consumato nel tempo, cosa che rende bene il concetto di cucina in serie, ma è altrettanto vero che si possono semplicemente preparare tanti piatti diversi in formato di monoporzioni da consumare nel corso della settimana, in questo caso l’idea della produzione in serie secondo me non calza perfettamente.

Proviamo a vedere in altri contesti come è usato il termine batch.

– Sempre per rimanere in cucina, batch viene utilizzato per gli alimenti che vengono cotti in forno in quantità: a batch of biscuits, un’infornata di biscotti.
– Nello IATE, batch cooking viene tradotto con cottura discontinua, termine relativo all’industria della produzione della carta. Ma, nell’industria alimentare il batch cooking, la cottura discontinua, è anche uno dei processi della produzione dello zucchero.
– Batch è un concetto che nell’informatica indica, semplificando molto, l’esecuzione di una serie di comandi senza l’interazione umana.
– Il batching day o content batching, per chi si occupa di social media, è la giornata da dedicare alla stesura di tutti i contenuti in un’unica volta. C’è anche una giornata internazionale dedicata a questa attività e si celebra il 29 settembre (cosa che ho scoperto grazie a Gioia Gottini).

Tra i significati di batch c’è anche blocco, lotto, ma l’idea di cucinare in blocco ha un po’ gli stessi limiti di cucinare in serie, visto che significa tutto insieme senza distinzioni.

Insomma, alla fine dovrò accontentarmi di cucinare in serie, almeno fino a quando non troverò qualcosa di più adeguato per rendere il concetto.
Che ne dite, provate a suggerirmi qualcosa voi nei commenti?

AAA corso di fotografia cercasi

TuttoFood2017


Oggi (ieri per chi legge), sono stata a Milano per il Seeds & Chips.
Questo non è il post sulla fiera, che pubblicherò all’inizio della prossima settimana, volevo semplicemente condividere una cosa di cui mi sono resa conto oggi:
devo assolutamente migliorare nel fare fotografie e video.
Per quanto esistano tantissimi siti di fotografie di stock gratuite, niente è meglio di fotografie fatte apposta per il proprio post, soprattutto se riguarda una fiera o un evento. Purtroppo mi sono accorta che faccio fotografie proprio brutte e video anche peggiori. Quindi nella mia interminabile lista di corsi c’è senz’altro un bel corso di fotografia.

Se conoscete qualche corso di fotografia non troppo complicato (e costoso) o anche solo un libro che spieghi come riuscire a non creare sistematicamente fotografie sfocate e magari anche come fare un po’ di editing, ve ne sarei sicuramente grata.

Come dicevo pubblicherò il post sul Seeds & Chips lunedì prossimo, stay tuned.

Solar cooking

Faccio campeggio sin da quando ero bambina e per me il fornello da campeggio è sempre stato quello con la bombola di butano, più o meno grande a seconda della durata della vacanza. Il sogno però è sempre stato quello di cucinare senza gas, come gli esploratori veri, quelli dei film, e quindi con i miei amici abbiamo passato ore a cercare di accendere il fuoco sfregando due legnetti, rimediando al massimo qualche vescica sulle mani. Quello che da bambini non sapevamo è che c’è un modo per cucinare, non solo senza gas, addirittura senza fuoco, sfruttando il sole, come gli esploratori veri, non quelli dei film.

Il primo forno solare (solar oven) è stato inventato nel 1767 dal padre dell’alpinismo, lo svizzero Horace-Bénédict de Saussure (prozio del più noto, almeno per chi si occupa di lingue, Ferdinand de Saussure), che inventò un collettore solare costituito da una pentola foderata di sughero nero e chiusa da tre strati di vetro per assorbire energia termica. Con questo primo forno solare si potevano superare i 100°C.
L’invenzione fu perfezionata nel 1830 dallo scienziato inglese John Frederick William Herschel ed ecco che nacque il solar cooking, la cucina solare, che nel 1950 divenne un vero e proprio movimento, almeno negli Stati Uniti.

Esistono vari tipi di forni solari, i più semplici si possono realizzare in casa con materiali di recupero, come i tubi delle patatine o i cartoni della pizza. Sono i cosiddetti forni a scatola (box oven).



Più difficili da preparare sono i forni a concentrazione, che richiedono la realizzazione di uno specchio parabolico per concentrare tutta la luce e il calore nel punto in si posiziona la pentola o il recipiente per la cottura.



Ma la fantasia dei promotori di questo che non è solo un modo diverso di cucinare, rappresenta una vera e propria filosofia di vita, è veramente inarrestabile, e si possono trovare forni solari costruiti con qualunque materiale riflettente, persino con il parasole per l’auto:



La cosa davvero incredibile è che nei forni solari si può cuocere di tutto, dal pane, al pollo arrosto, dagli stufati alla pasta, passando per le torte e gli hot dog, l’unica cottura che non si riesce a realizzare sono i fritti. Esistono in rete e in commercio veri e propri ricettari di solar cooking, con ricette adattate per la cucina nei forni solari.
Se non siete appassionati del fai-da-te, e volete provare a cucinare con il sole, in commercio si trovano forni solari in kit che vanno dai 60-70 euro di quelli richiudibili, ai 300-400 euro di quelli più grandi.

A questo punto verrebbe da chiedersi cosa spinga le persone a cucinare con il sole.
Questo tipo di cucina è molto diffuso soprattutto negli Stati Uniti, dove molti amanti della carne hanno iniziato a cercare soluzioni più sane e meno inquinanti per realizzare quella che è la tradizione culinaria più famosa d’America, il barbecue. La cucina con il sole è assolutamente non inquinante in quanto non fa uso di combustibili fossili, in più, il particolare tipo di cottura permette di ottenere piatti più sani e nutrienti.
La cucina con il sole è molto utilizzata anche da chi pratica campeggio in zone dove accendere fuochi può essere pericoloso e causare incendi, il forno solare, infatti, è del tutto sicuro dal momento che non fa uso di fiamme vive. Senza contare che nei paesi in via di sviluppo è un modo molto economico e facilmente disponibile non solo per cucinare, ma anche per far bollire l’acqua e renderla potabile in zone dove non è facile reperire combustibile fossile. La cucina solare è particolarmente utile anche nei campi profughi o nelle zone dove si sono verificate catastrofi naturali.

Quindi i forni solari sono la risposta a tutti i nostri problemi di cucina etica ed eco-sostenibile?
La risposta è ni, infatti, come molte cose belle, i forni solari hanno qualche difetto non proprio trascurabile:
– non funzionano negli ambienti chiusi
– non funzionano di notte
– non funzionano nemmeno all’esterno nelle giornate in cui il cielo è nuvoloso.
Tuttavia anche a questi problemi si sta cercando una anzi, più di una, soluzione.
1) Come per le automobili elettriche, anche per i forni solari esiste una versione ibrida (hybrid solar oven), cioè forni che hanno la possibilità, al bisogno, di essere attaccati alla corrente elettrica o a una bombola a propano (qui e qui). Tuttavia questo tipo di forni è ancora molto costoso.
2) Il MIT di Boston sta lavorando a un progetto che prevede di “raccogliere” l’energia solare e immagazzinarla sotto forma di energia termica, grazie a un supporto al nitrato di litio, che permetterebbee di riutilizzarla fino a sei ore dopo averla immagazzinata.
La sperimentazione è stata effettuata in Nigeria, in zone dove per le donne è particolarmente difficile e pericoloso andare a raccogliere legna per fare il fuoco per cucinare.

Che dire, questa ricerca sui forni solari mi ha davvero incuriosita, e credo proprio che sperimenterò almeno i fornetto per hot-dog ricavato dal tubo delle patatine (ne ho giusto uno che ho tenuto da parte in vista di qualche lavoretto con mio figlio) e il forno ricavato dal cartone della pizza; chissà, magari riuscirò a cucinare le costine come in campeggio senza dover aspettare di trovare un posto adatto dove piazzare il barbecue.


Per approfondire:
La storia degli impianti solari
L’ultima tendenza verde? Ha coinvolto gli appassionati di arte culinaria con le ricette di cucina solare
History of solar cooking

Ho trovato molto divertente e interessante il libro Solar cooking adventures di Jackass Jill aka Laura Lavesque, tra l’altro contiene tantissime ricette da realizzare nel forno solare.
Potete visitare la mia board di Pinterest dedicata all’argomento in cerca di ispirazioni.
Potete anche visitare il sito ufficiale di Solar cooker international, un’organizzazione impegnata nella diffusione della cucina solare, in particolar modo nei paesi in via di sviluppo.