Politically (in)correct

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Al di là di qualsiasi considerazione politica sulle elezioni americane, mi sembra valga la pena soffermarsi su un termine (e il suo contrario) che è stato spesso citato durante tutta la campagna presidenziale: il politically correct.
Il politicamente corretto (come viene tradotto in italiano) è nato negli negli Stati Uniti, come movimento che

rivendicava il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere ecc. e una maggiore giustizia sociale, anche attraverso un uso più rispettoso del linguaggio. (qui)

Secondo alcune fonti è un movimento nato negli anni ’70 (qui) o negli anni ’80 (qui), ma “l’attenzione alle parole potenzialmente offensive” negli Stati Uniti nasce molto prima, basti pensare che nel 1939, nel pieno del periodo della segregazione razziale americana, quasi contemporaneamente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, esce il libro di Agatha Christie Ten little niggers… and then there where none (Dieci piccoli indiani… e poi non rimase nessuno) che oltreoceano uscì con solo la seconda parte del titolo, visto che la parola niggers era considerata fortemente offensiva. Negli Stati Uniti e in altri paesi il termine niggers, che ricorre in una filastrocca all’interno del libro, viene sostituito con indians oppure soldiers. In Gran Bretagna, invece, il libro manterrà il titolo originale fino agli anni ’80.
Negli Stati Uniti l’attenzione alle parole che possono urtare la sensibilità raggiunge livelli che possono sembrare un po’ comici, se si considera che nel 1990 la città di Sacramento, in California, pensa persino di sostituire la parola manhole (in italiano tombino, ma che letteralmente significa “buco dell’uomo”) da tutti i documenti ufficiali perché ritenuta sessista, con la più neutra maintenance hole.
Tuttavia, sin dagli inizi, non tutti sono concordi con questa forma di pensiero che dagli oppositori viene vista come una forma di ipocrisia e di negazione della libertà di parola.
Inoltre, e questa campagna presidenziale ne è stata la prova più lampante, eliminare parole come negro dal vocabolario “ufficiale” di politici, classe dirigente, insegnanti, ecc., non elimina affatto il razzismo di fondo e i problemi che ne derivano. Basti pensare che la patria del politically correct è stata teatro della più grande class action della storia americana tutta centrata sulla discriminazione di genere, altro grande baluardo del politically correct:  Wal-Mart contro Betty Dukes. Il colosso del commercio americano è stato accusato di aver discriminato le dipendenti donne nelle politiche salariali e di promozione; non si parla di qualche caso, parliamo di un milione e mezzo di dipendenti che si sono unite in una causa comune contro l’azienda. La class action è durata dieci anni e alla fine è stata bocciata dalla Corte Suprema (qui)
È il politically incorrect, il politicamente scorretto, che guida molta della satira, politica e non, basti pensare a Charlie Hebdo e alle sue vignette dissacranti su argomenti delicatissimi quali la religione, o, come abbiamo visto noi italiani recentemente, su catastrofi naturali come i terremoti .
I sostenitori del politicamente scorretto rivendicano la possibilità di dire quello che pensano su qualsiasi argomento e si appellano alla libertà di espressione e di parola e vedono i sostenitori del politicamente corretto come dei tiranni che si accaniscono al solo scopo di difendere “gli omosessuali, le donne, i non bianchi, gli storpi, gli stupidi, i grassi e i brutti”. Anche in Italia ci sono (stati) sostenitori del politicamente scorretto e del diritto di discriminare, che si sono spinti a dire “una società in cui non è possibile discriminare non è una società libera”, citando proprio gli Stati Uniti come fonte di questa filosofia (qui). I difensori del politically correct vengono considerati bambini viziati che si ribellano contro i valori dei genitori (qui).
Quasi a dar ragione alla dicotomia giovani sostenitori del politicamente corretto, vecchie generazioni sostenitrici del politicamente scorretto, il giorno dopo la vittoria di Donald Trump hanno iniziato a circolare cartine degli Stati Uniti che “dimostravano” che se avessero votato solo i millenials Hillary Clinton avrebbe stravinto (qui). Qualcosa di analogo è successo all’indomani della Brexit, dove molti si sono spinti a dire che i vecchi avevano deciso il futuro per i giovani (qui) e dove i temi politicamente scorretti dei sostenitori del leave sono stati sotto gli occhi di tutti per mesi. Quindi le vittorie a sorpresa di Trump e della Brexit sono da vedere, non tanto come una vittoria dell’anti-establishment, ma come una vittoria del politicamente scorretto e delle vecchie generazioni? Come un tentativo di liberarsi delle catene del politicamente corretto a tutti i costi? Non saprei, non mi occupo di politica, certamente il linguaggio di un candidato presidente non è mai stato studiato tanto come quello politicamente scorretto di Donald Trump.
Per finire, vi lascio con un video del 2010 del David Letterman Show con un’intervista proprio a Donald Trump.
Le idee non sono molto diverse da quelle espresse in campagna elettorale, ma i toni e il linguaggio mi sembrano profondamente differenti.

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