Maturità

Vita Freelance


Oggi, secondo il mio calendario editoriale, avrei dovuto scrivere un post sul mio sito tutto rinnovato, ma dal momento che sono ancora abbastanza in alto mare con il lavoro, non è possibile. Così ho deciso, tanto per cambiare, di parlare di un tema di attualità; dal momento che non seguo il calcio e anche fosse ne capisco molto poco, colgo l’occasione dell’inizio degli esami di maturità per una piccola personale riflessione sullo studio. pen-writing-notes-studying-largeOddio, non è proprio tutta farina del mio sacco, la riflessione è nata dalla lettura dell’ultimo libro di Paola MastrocolaLa passione ribelle” e dall’abbandono del libro di Daniel PennacDiario di scuola“. I due libri sono esattamente l’uno l’opposto dell’altro: entrambi utilizzano i ricordi dei due scrittori per parlare dello studio e degli anni di scuola, il primo dal punto di vista di una persona che ha sempre amato studiare e che ha sempre studiato, anche una volta terminato il normale iter scolastico; il secondo dal punto di vista di chi la scuola l’ha sempre scansata e subita.
Nel libro della Mastrocola si legge:

“Prendiamo le persone affermate. Mai che dicano d’aver studiato tanto, e che se non avessero studiato non sarebbero arrivate dove sono arrivate. Anzi, si affannano a dire esattamente il contrario: più sono persone di successo, più raccontano che andavano malissimo a scuola e appena hanno potuto hanno smesso”.

“Chi studia è uno sfigato. E chi è bravo lo è perché ha una bravura innata, spontanea, inconsapevole e selvaggia”.

Queste due frasi sono esattamente il motivo per cui ho abbandonato il libro di Pennac al proprio destino dopo il primo capitolo, quello dove spiega per filo e per segno quanto andasse male a scuola e come non gli piacesse studiare. Sarà che i miei cinque anni di superiori sono stati piagati dalla madre di un compagno di classe, piuttosto bravo, che aveva l’abitudine di lamentarsi con mio padre che suo figlio non studiava mai. apple-iphone-books-desk-largePoi guarda caso prendeva tutti 7 e 8 (i voti 9 e 10 erano rari più o meno come l’ornitorinco albino), un genio innato, imparava per osmosi. Io invece no, per prendere 7 o 8 dovevo studiare e pure molto, se poi parliamo di matematica, anche studiando molto era già tanto arrivare al 6, e dire che mi è sempre piaciuta tanto.
Per questo “i geni per caso” non li ho mai sopportati, preferisco il genere “studio matto e disperatissimo“, voglio poter dire che ho preso 8, che sono riuscita in qualcosa, studio o lavoro, perché mi sono impegnata, perché ce l’ho messa tutta, perché mi sono consumata gli occhi sui libri, perché mi sono prefissata un obiettivo e l’ho raggiunto, non ci sono inciampata per caso andando a fare la spesa.

“Sto pensando a cosa oggi è la scuola: perlopiù un verifichificio”. Paola Mastrocola

L’altro sport ovviamente è l’esibizione del titolo di studio. Perché studiare è da sfigato, ma esibire il titolo di studio, ovviamente disceso dal cielo, è troppo giusto anzi, cool, perché anche l’itanglese è troppo giusto.people-woman-coffee-meeting-large
Ricordo ancora un episodio con il mio capo di uno dei primi lavori che ho svolto quando mi sono trasferita a Bergamo. Primo giorno di lavoro, mi dà da tradurre una lettera in inglese, ovviamente con la dicitura Dottore prima della firma. Termine che traduco con General Manager, visto che era il ruolo che occupava in azienda. Vengo subito richiamata all’ordine. Ingenuamente cerco di spiegare che in inglese, dottore si usa per il medico o in ambito accademico e che solitamente ci si presenta e firma con il ruolo aziendale, tanto più se di un certo rilievo. Risposta: “Non l’ho mica comprata la laurea”. Alla fine ho dovuto cedere, il capo, come il cliente, ha sempre ragione: la lettera è stata inviata con la dicitura Doctor prima della firma.

Mi sono diplomata ben 25 anni fa, quindi chi da oggi sosterrà la maturità tecnicamente potrebbe essere mio figlio o figlia, quindi mi permetto di dare un consiglio da mamma: l’amore per lo studio e per il duro lavoro non è una vergogna, ma una risorsa e un’abilità che dovrebbe essere mantenuta per tutta la vita, perché il mondo del lavoro cambia, oggi più velocemente che mai e avere la voglia e l’umiltà di non sentirsi mai arrivati, nemmeno dopo la laurea o il master, la capacità di credere di aver sempre la possibilità di imparare qualcosa da chiunque, anche da chi non può fregiarsi del “titolo”, è importante; il diploma, la laurea, il master, sono, o dovrebbero essere, soltanto tappe di un percorso che non finisce mai.

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4 pensieri su “Maturità

  1. Cara Debora,

    Le tie riflessioni le condivido dall’inizio alla fine! Anch’io sono quella dello studio matto e disperatissimo e soprattutto, fin da bambina mi sono sempre distinta per la gran voglia di conoscere e studiare cose nuove; insomma, sono sempre stata una “secchiona”in piena regola ma ne sono orgogliosa! Silvia

  2. Ho letto molto volentieri questo articolo e lo condivido in pieno. Trovo più che giusta la decisione di abbandonare la lettura di Pennac: ormai criticare l’istruzione scolastica è una moda. Certo, ogni sistema scolastico ha le sue debolezze, ma si dimentica troppo spesso che l’opportunità di frequentare una scuola in molti luoghi del mondo non è affatto scontata, anzi, e che chi ha quest’opportunità dovrebbe sentirsi riconoscente.
    Molto bella la definizione “verifichicio”: in effetti il tanto bistrattato studio sembra abbia ormai un senso solo in funzione di un utile, tutto si traduce in “competenze” da verificare in vista di fini concreti. Al titolo di studio spiattellato in bella mostra per dimostrare “quanto si vale” si contrappone il disprezzo per lo studio in sè, per la gioia di imparare cose nuove senza un fine quantificabile.

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