Oggi Manzoni scriverebbe in inglese?

Lo ammetto, quando ho letto il titolo di questo articolo di Tim Parks sul corriere sono inorridita. Quindi ho letto l’articolo ed ho iniziato a chiedermi dove volesse andare a parare l’autore: sarò tarda, ma non ho capito se l’articolo vuole essere una provocazione su Manzoni, se vuole essere una critica all’industria dell’editoria e ai traduttori in generale oppure qualcos’altro che io non ho colto.
Quindi l’ho riletto ancora e nel mio piccolo (Tim Parks è un professore, un traduttore e uno scrittore famoso quindi una persona molto più titolata di quanto non sia io) ritengo che i due presupposti da cui parte non siano corretti:
– Manzoni non ha scritto I promessi sposi in italiano, perché all’epoca della pubblicazione del romanzo l’italiano non esisteva ancora. Manzoni ha scritto I promessi sposi prima in lombardo e infine in fiorentino, dialetto che riteneva avesse la maggiore autorità culturale dell’epoca.
La lingua de I promessi sposi è il frutto di più di dieci anni di lavoro di limatura e revisione linguistica. L’italiano è nato dal successo del romanzo e dalle indicazioni date da Manzoni in varie lettere e studi su come secondo lui dovesse essere la lingua della nascente nazione italiana. Quindi Manzoni non ha scritto in italiano per avere un maggior pubblico presente e futuro, ma con l’intento di contribuire alla creazione della nuova lingua nazionale.
Quindi sì, Manzoni scriverebbe in italiano, semplicemente perché non si porrebbe il problema di essere compreso oltre il confine nazionale.
– L’Europa e il mondo in generale non sono alla ricerca di una lingua universale, per lo meno non che io sappia. Per ogni gruppo di studiosi che sta cercando di codificare lingue ausiliarie internazionali, come l’esperanto per intenderci, c’è un gruppo di studiosi che si batte per preservare la diversità linguistica e la sopravvivenza di quegli idiomi che rischiano l’estinzione.

Ha ragione Tim Parks, le lingue si stanno impoverendo, ma non penso che sia “colpa” di autori mediocri o di traduttori maldestri che rovinano le opere di grandi autori “ignorando il destino della lingua d’arrivo”.
Quello che sta impoverendo le lingue è il continuo tentativo di appiattimento verso l’inglese. Per di più non verso un inglese colto e ricco, non stiamo cercando di imitare l’inglese di Jane Austen o di Virginia Woolf, stiamo cercando di acquisire il BASIC english (“British American Scientific Internazional Commercial”) di Charles Odgen: un inglese artificialmente povero e semplificato che dovrebbe garantirci una comunicazione universale sacrificando il patrimonio linguistico e culturale che ogni lingua porta con sé.

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